"Racconto una storia choc: l’aborto sotto il comunismo"

Il crudo "4 mesi, 3 settimane, 2 giorni" esce venerdì nelle sale. Il cineasta romeno Cristian Mungiu spiega il suo film, Palma d’oro 2007

Roma - Mentre la cronaca esplora il marcio, venuto fuori in Romania dopo la fine del comunismo, col dittatore Ceasescu in prima linea, venerdì approda nelle sale "4 mesi, 3 settimane, 2 giorni", il drammatico film di Cristian Mungiu, regista, produttore e sceneggiatore classe 1968 vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes. E siamo, nonostante il lustro del riconoscimento internazionale, dalle parti dell’orrore quotidiano: il titolo si riferisce al periodo di gestazione (alquanto avanzato) di un bambino, che non nascerà. Ma che gli spettatori vedranno, con notevole choc, prima buttato sul pavimento d’una stanza d’albergo, dove la studentessa Gabita (l’eterea Laura Vasiliu) ha interrotto la sua gravidanza e poi direttamente nello scarico d’un palazzo della periferia di Bucarest.

«Non seppellite il feto: i cani lo trovano. E non fatelo cadere nel water: intasa e quelli dell’albergo chiamano subito la polizia», intima alla ragazza, stoicamente assistita dall’amica Otilia (la bionda Anamaria Marinca, qui unica mattatrice), il pessimo signor Bebe (Vlad Ivanov, corrusco quanto basta con la valigetta da specialista in aborti illegali, il giaccone in pelle nera da praticone di terz’ordine). Né quest’esperto in sonde intrauterine, pronto a operare nell’illegalità ( nella Romania del 1987, l’aborto è fuorilegge da vent’anni) si limiterà a pretendere, dalle due giovani, una somma spropositata, ma vorrà anche sesso con entrambe, visto che le ragazze non dispongono dell’intera somma e ormai sono in trappola.

«Facciamo così: non parliamo mai più di questa cosa», dice Otilia a Gabita, passato l’inferno di quell’esperienza, da lei dominata con la grinta della disperazione. Perché come si fa a raccontare ventiquattr’ore dalla vita d’una donna, passate tra lo squallore di strade buie, a tratti percorse da misere Lastun (le auto romene simili ai ferri da stiro d’una volta) o la voglia d’una sigaretta buona, da comprarsi al mercato nero, o ancora la ricerca d’una stanza, dove praticare l’aborto in clandestinità?

Cristian Mungiu l’ha fatto. Ed è riuscito, con gli occhi vergini dei cineasti del paese di Dracula, a far vedere il fin qui invisibile:le pratiche abortive, il dolore delle donne che le subiscono,la solitudine dei fragili in un mondo dove la vita vale niente. «No, non ho alcun messaggio da dare: volevo soltanto narrare una storia, molto complessa. Che, però, non rispecchia la complessità della vita. Ognuno interpreti il mio film, secondo la propria sensibilità», si schermisce Mungiu nel suo inglese fluente, appreso all’università di Iasi, città a nord est della Romania, dov’è nato. Dopo aver girato per i festival di Sofia e Tessalonica, dopo Cannes gli si sono aperte le porte dorate del cinemondo che conta, con i critici francesi lancia in resta a osannarne la freschezza di sguardo. E Tales from the Golden Age (Storie dall’età dell’oro) s’intitolano le sue leggende urbane, 30-40 minuti l’una, raggruppate col fine di «parlare del comunismo, senza riferirsi direttamente ad esso».

Per Mungiu, infatti, ventenne all’epoca in cui Ceasescu «voleva incrementare la popolazione, con una nuova leva di suoi adepti ed è per questo che l’aborto, di cui parlavamo sottovoce, venne dichiarato illegale», parlare in chiave critica del passato romeno significa giudicarlo. «Non volevo girare un film sull’aborto, ma su due giovani, che prendono decisioni difficili. In una delle mie storie, per esempio, c’è posto anche per il lato comico del comunismo. E preferisco narrare vicende, di cui ho sentito parlare, senza inventare nulla. Nel mio futuro c’è una serie di fiction sulla gioventù, inserita in quel contesto storico, in cui deve superare le difficoltà quotidiane, come fossero normali. Oggi la Romania è un paese libero. Ma forse non stiamo facendo abbastanza, se l’aborto viene ancora praticato, quasi fosse l’unico metodo contraccettivo», spiega Cristian Mungiu. Nonostante le note arretratezze, Bucarest è una nuova Cinecittà e siccome in Romania non scioperano, Francis Ford Coppola ci ha girato Youth without Youth, da una novella dello scrittore romeno Mircea Eliade (emigrato negli Usa).