«Racconto la storia del figlio segreto di Benito Mussolini»

Marco Bellocchio prepara un film su un episodio controverso degli anni Trenta: «Ma sarà anche una riflessione sull’oggi»

da Roma

«Ma come l'ha saputo? Non parlo. Scriva ciò che le pare», taglia corto Marco Bellocchio al telefono. Poi, sorridendo a denti stretti, ammette. Sta scrivendo un film sul «figlio segreto» di Mussolini, quel Benito Albino morto ventiseienne, il 25 luglio 1942, nell'ospedale psichiatrico di Mombello, a Limbiate, ufficialmente per «marasma», e sulla madre Ida Dalser, detta «l'austriaca» perché veniva da Trento, sposata con rito religioso dal futuro Duce nel settembre 1914, un anno prima del matrimonio civile con Rachele Guidi, e anch'essa fatta rinchiudere in manicomio per cancellarne l'identità. «È una tragedia italiana», la definisce Bellocchio. Dopo Buongiorno, notte, sul sequestro Moro, il cineasta piacentino torna a confrontarsi con la storia, sia pure alla sua maniera. «Un film complesso, che farà molto discutere, credo. C'è l'impegno di Raicinema, ma servono apporti esterni per la ricostruzione d'epoca. Sono in piena elaborazione. L'idea è di partire da un episodio degli anni Trenta, poco conosciuto, per suggerire anche una riflessione sull'oggi. Non riuscirà a farmi dire altro».
La notizia, nei giorni della polemica sui diari scomparsi e della controversia sulle ultime ore di Mussolini, è appetitosa. Riguarda in modo speciale anche noi del Giornale. Fu infatti Stefano Lorenzetto, il 18 marzo del 2001, a ricostruire per la prima volta con ampiezza di particolari quella triste, amarissima, vicenda. Due pagine, zeppe di documenti e fotografie, che gli valsero anche una lettera d'elogi di Aldo Busi. Due pagine che, a rileggerle, danno i brividi. «Una tragedia infinita che neppure la penna di Carolina Invernizio avrebbe saputo arabescare meglio», suggerisce oggi Lorenzetto. «Anzi mi meraviglio che nessun regista vi abbia pensato prima. È cinema allo stato puro, un romanzo da far venire la pelle d'oca. Non so che film ne verrà fuori. Ma dico a Bellocchio, di cui molto apprezzai L'ora di religione e poco Il regista di matrimoni: se hai bisogno di informazioni e dettagli, chiama pure. Sono qui».
Difficile anticipare il punto di vista del film. È possibile, però, che all'autore dei Pugni in tasca interessi il cuore tenebroso della vicenda, la rimozione, politica ed esistenziale, di quell'unione amorosa, pure ufficiale. Perché, come ammonì Lorenzetto, «sua eccellenza il Capo del Governo rubò l'identità alla prima moglie e a un figlio che portava il suo stesso nome, li fece perseguire, rapire, rinchiudere in manicomio, impazzire “d'ufficio”, e una volta morti ne cancellò per sempre la memoria».
Di Benito Albino e della bellissima madre Ida Dalser si sapeva e non si sapeva. Neanche Renzo De Felice e Denis Mack Smith, i due più accreditati biografi del Duce, si presero la briga di andare fino in fondo, al pari degli storici Antonio Spinosa e Arrigo Petacco o dei giornalisti Alfredo Pieroni e Oriana Fallaci. Il merito vero andrebbe riconosciuto a un redattore della sede Rai di Trento, Marco Zeni, che in un libro-strenna della Cassa rurale di Sopramonte con acribìa si impegnò a ristabilire la verità su quelle due esistenze stroncate con l'inganno e il sopruso. Sì perché, per dirla con Ernesto Galli della Loggia, «Mussolini fu un abile ma in fin dei conti banale dittatore mediterraneo: opportunista, demagogo, oratore e giornalista di vaglia, stratega da quattro soldi». «E gallo cedrone del fascismo», aggiunge Lorenzetto. Solo che alla signora Ida Dalser e a quel figlio chiamato Albino, pur avendo i capelli castano-neri, lo sciupafemmine romagnolo riservò un trattamento atroce. Tutto per far scomparire le tracce di un matrimonio imbarazzante.
E pensare che solo pochi anni prima, nel 1914, la giovane donna trentina s'era disfatta dei suoi beni, incluso il florido Salone di bellezza, per aiutare il marito interventista a fondare Il popolo d'Italia. L'anno dopo, l'11 novembre 1915, sarebbe nato Benito Albino, per il quale Mussolini sottoscrive un'attestazione di paternità, salvo anni dopo far falsificare data di nascita e dati anagrafici (vengono depennati i cognomi Dalser e Mussolini, sostituiti con Bernardi). Ma è nel 1926 che la persecuzione si fa più sistematica. La prima moglie rivendica diritti e visibilità, forse minaccia scenate. Il Duce reagisce facendola passare per pazza: botte, visite sommarie e l'internamento nel manicomio di San Clemente, a Venezia, dove il direttore sanitario non le diagnostica né turbe mentali né tare fisiche. E intanto il figlio undicenne, benché caro al fratello di Mussolini, Arnaldo, viene rinchiuso in un ricovero per handicappati. La madre non lo vedrà più. Segregata e semiparalizzata, la donna morirà per emorragia cerebrale il 3 dicembre 1937, nel manicomio di San Clemente. Il figlio, imbarcato per la Cina al fine di sottrarlo alla fidanzata e fatto passare per eroe di guerra, verrà internato nell'ospedale psichiatrico di Mombello, dove si spegne il 25 luglio 1942. Esattamente un anno dopo il Gran Consiglio destituisce il dittatore.
«Caro Benito, liberami, liberami per pietà! Si uccide una donna, un figlio che pesa troppo sulla coscienza solo perché ha il nome del padre... Su, via, alzati dal letargo che ti opprime, salva almeno il tuo sangue!», scrive la Dalser al Duce l'8 agosto 1929. Una lettera angosciata e toccante, che non riceverà risposta. Il film di Bellocchio, quasi ottant'anni dopo, forse ristabilirà la verità su questa piccola/grande «tragedia italiana».