«Racconto una storia sul calcio senza aver mai visto una partita»

Il giovane regista russo Aleksey German parla di «Garpastum» un film tra sport e storia nella San Pietroburgo del 1910

Pedro Armocida

da Venezia

Bella l’idea di Aleksey German, figlio dell’omonimo e più famoso regista russo, che nell’elegante e sontuoso Garpastum racconta i formidabili anni ’10 a San Pietroburgo attraverso la storia di quattro giovani amici appassionati di calcio, sport ancora scarsamente praticato. Siamo nel 1914, da lì a poco, con l’uccisione dell’arciduca Ferdinando, scoppierà la prima guerra mondiale. Ma intanto i quattro ragazzi, ansiosi di creare una propria squadra di calcio, vivono gli ultimi momenti di giovinezza prima che la storia faccia il suo ingresso a spezzare irrimediabilmente la loro linea d'ombra.
«La mia intenzione - spiega il ventinovenne regista di San Pietroburgo al suo secondo film - era creare la storia di una compagnia. Come in cinque anni la vita può separare persone fino ad allora affini e vicine. Sono sicuro di aver fatto alla fine un film sulla mia generazione, sui miei amici, quelli con cui ancora condivido esperienze e quelli che, nello stesso modo dei personaggi di Garpastum, ho lasciato inevitabilmente alle spalle». Ma allora perché non ambientarlo ai giorni d’oggi? «È difficile spiegarlo - risponde con gusto del paradosso German - ma mi sembra di non conoscere tanto bene la vita di oggi. Realizzare un’opera sulle persone che mi circondano sarebbe stato poco interessante, sarebbe venuto un racconto fiacco, senza senso. Riuscirò a realizzare un film sull’oggi solo quando sarò abbastanza maturato, forse tra una decina di anni».
Alla base di Garpastum, traslitterazione in russo del vocabolo latino di origine greca «Haspartum» che indica l’antico gioco del pallone, c’è la sceneggiatura di Alexander Vaynshteyn, qui anche produttore, profondo conoscitore e amante del calcio che ha anche pubblicato il libro Il calcio attraverso gli anni, scritto insieme al mito del football russo del secolo scorso, Nikolaj Starostin. Personalità dalle insolite sfaccettature quella dello sceneggiatore, inventore di marchingegni elettronici prima, ora conduttore di trasmissioni televisive sul calcio che definisce «l’unico divertimento globale anche se in Russia si stanno investendo tanti soldi in maniera sbagliata», per poi aggiungere che «ho ambientato la storia nel 1914 perché è l’ultimo anno dello svolgimento naturale e normale della vita. Dopo è cominciata l’epoca delle guerre e delle violenze, che ha cambiato notevolmente la nostra civiltà». Ma paradossalmente lo sceneggiatore moscovita era più preoccupato per come sarebbero state realizzate le riprese delle partite piuttosto che per la verosimiglianza dal punto di vista storico. Perché, dice, «mostrare il calcio sul grande schermo è molto difficile se non impossibile. Non ricordo film di successo su questo argomento. Nella maggior parte dei casi nel ruolo del calciatore vengono impiegati attori che non hanno alcuna preparazione calcistica, con muscolatura e andatura diversa. Il calcio non può essere recitato. Per questo il casting è durato parecchio prima d’incontrare i due attori protagonisti, Evgeny Pronin e Danila Kozlovsky, che alla prova col pallone, con mia grande meraviglia, hanno dimostrato di saper giocare abbastanza bene».
Ma poi per le scene corali degli incontri sono stati utilizzati anche giocatori professionisti che, dice Vaynshteyn, «si sono adeguati alla difficoltà delle riprese dal momento che è impossibile ripetere gli stessi movimenti. Così siamo giunti alla soluzione di tracciare la geometria delle combinazioni e poi il gioco seguiva le proprie regole». A differenza di Vaynshteyn, il regista non ha alcuna passione per il pallone: «Dirò forse una cosa terribile: non sono mai andato a vedere una partita. Così filmando le scene sportive ho cercato di risolvere il calcio come un’estetica, mostrando le antiche forme agonistiche».