Racket della case popolari, un testimone: «Così i dirigenti Aler facevano affari»

Nuovo esposoto in Procura di un dipendente dell'azienda di edilizia residenziale: «C'era chi si ristrutturava l'appartamento con il materiale, i soldi, e gli operai dell'ente»

Favori e affari per tutti. un usiness, quello delle case popolari di Milano. Una testimonianza esplosiva, contenuta in un esposto presentato stamattina in procura. Con pesanti accuse a dirigenti Aler e ad esponenti amministrativi di enti locali, che dovranno essere vagliate dalla Procura. «Dalla gestione delle case popolari tutti avevano da guadagnare. E se i dipendenti che non intralciavano i giochi ricevevano un "premio di produzione" o addirittura un alloggio aggirando le liste e vicino al luogo di lavoro», alcuni dirigenti «si ristrutturavano la casa con il materiale, i soldi, e gli operai dell'ente». A sostenere questa tesi è un dipendente dell'Aler in una testimonianza raccolta dall'associazione Sos racket e usura che oggi ha depositato in Procura un nuovo esposto all'attenzione del pubblico ministero Antonio Sangermano, che già si sta occupando del racket delle occupazioni abusive. Il testimone, secondo quanto si legge nel documento, «è un operaio dell'Aler specializzato fabbro che ha il compito della manutenzione degli immobili di proprietà dell'Aler (presso il Centro manutenzione immobili, ndr) e ha lavorato per moltissimi anni presso l'ufficio anti-abusivismo del Comune». È stato lui stesso a contattare Frediano Manzi, spiega il presidente dell'associazione che a fine agosto svelò il racket degli alloggi popolari di via Padre Luigi Monti. Fornendo le proprie generalità e chiedendo di essere sentito dal magistrato, il testimone dice in primo luogo di aver ottenuto lui stesso una casa popolare nel 2007 scavalcando le liste, dopo aver chiesto spiegazioni per essersi accorto che «si stavano assegnando alloggi a molti cittadini che erano in graduatoria al 950esimo posto, mentre lui era al 563esimo». Oltre alle accuse particolareggiate che dovranno essere vagliate dalla Procura, il teste elenca gli indirizzi delle case che sarebbero in mano al racket: «In via Vespri Siciliani 71 a Milano una famiglia di pregiudicati calabresi ha il controllo e quindi la vendita di centinaia di appartamenti di proprietà del Comune, come in via Salomone, via Ceva, tutto il quartiere Ponte Lambro è in mano alla criminalità organizzata». Quindi sostiene «che tutti i suoi colleghi tranne lui hanno ottenuto l'appartamento comunale nelle immediate vicinanze del proprio posto di lavoro». Inoltre dichiara che con la «complicità» di dirigenti Aler (...) vi sarebbero irregolarità e la sistematica abitudine di eseguire lavori di ristrutturazione all'interno di case private«. «Per giustificare questa enorme fuoriuscita di materiali e manodopera di proprietà Aler», il dipendente, nella testimonianza riportata nell'esposto, denuncia irregolarità nell'emissione delle bolle relative ai lavori eseguiti. In coda al documento, Manzi sottolinea le parole «pronunciate dal consigliere comunale del Pdl Aldo Brandirali, che nel corso della visita della Commissione sicurezza di Palazzo Marino che visitò insieme alla nostra associazione la via Padre Luigi Monti nel mese di ottobre 2009 affermò dinnanzi a decine di giornalisti che «esiste una parte del Consiglio comunale che non ha il controllo sulle assegnazioni degli alloggi popolari a Milano essendoci una lista parallela non ufficiale che determina le assegnazioni degli alloggi». L'associazione, infine, chiede alla Procura «che venga accertata l'eventuale responsabilità di chi, ricoprendo incarichi dirigenziali pubblici e politici nelle diverse istituzioni, ha permesso la continuità negli anni di tali reati».