Il racket ci ha rubato anche la carità

Fare l'elemosina: sembrava la più elementare delle azioni umane. Molto più facile che chiederla. Improvvisamente apprendiamo che i gesti disinteressati della generosità stanno diventando complicati, carichi di sordide implicazioni e di venefici effetti collaterali. Il problema è noto: c’è chi, su questa nostra generosità, ci ha fatto l'azienda. Nel settore operano holding efficientissime, con una capillare rete di sportelli e un organico impressionante di addetti alla raccolta. Storpi e amputati, madri incinte con tre o quattro neonati appesi da tutte le parti, sopravvissuti agli olocausti con il cartello che racconta la loro storia tremenda. Stanno nelle metropolitane, fuori dalle stazioni, ai semafori, davanti agli ipermercati, sulle scalinate delle chiese. Una moltitudine dolente che tende la mano, affidandosi al nostro buon cuore. La nostra mano va al portamonete, ma ultimamente con una titubanza sempre più strisciante e fastidiosa: per dare si potrebbe anche dare, ma a chi diamo? Sì, persino l'elemosina è diventata un problema: nessuno sa più se quella mano protesa sia mossa dalla forza della disperazione o dalle bastonate del racket.
Dice bene, intervenendo sulla questione, il cardinale Renato Martino: bisogna rispondere alla richiesta d'aiuto, non bisogna ingrassare il racket. Dobbiamo essere altruisti, non dobbiamo essere babbei. Messa così sembra uscire direttamente dal Discorso della montagna, ma tutti quanti ci accorgiamo come nella realtà si trasformi subito in un feroce rompicapo. La frase scritta sul pezzo di cartone sbrecciato dice che quel bambino non ha più il papà, che è il primo di sette fratelli e che non sa cosa mangiare a mezzogiorno: papà non ha l'accento, fratelli ha una sola elle, mezzogiorno è scritto messogiorno. Questa povertà e questa ortografia sono l'inevitabile derivato di una vicenda lugubre, oppure è la studiata scenografia dei guru criminali che definiscono a tavolino le strategie del marketing pauperista?
Cardinale, che cosa dobbiamo fare noi: dare o voltarci? Non è facile, al giorno d'oggi, il mestiere dell'altruista. Se ci facciamo vincere dalla diffidenza veniamo bollati come egoisti e cinici, ormai svuotati dall'arida civiltà del profitto, dell'edonismo e di tutto quanto il resto. Se ci facciamo vincere dalla compassione, magari diventiamo azionisti di quella terrificante industria che sfrutta donne e minorenni per i profitti di quattro papponi.
Da una parte i nostri amici preti che giustamente ci spingono a dare, dall'altra i nostri sindaci che legittimamente ci chiedono di non dare, perché altrimenti i marciapiedi delle città si popolano di questuanti e diventano percorsi a ostacoli, in grottesco stile «Giochi senza frontiere».
Una soluzione molto bella e molto giusta è dare i nostri soldi, i nostri vestiti, i nostri viveri alle organizzazioni del cuore d'oro, che sanno a chi dare, senza pericolo di ingrassare papponi. È la cosa migliore per sentirsi un poco migliori. Ma anche in questo caso il cardinale Martino arriva con una puntuale sottolineatura: ci sono poveri che per tanti motivi non si appoggiano alla carità delle associazioni. Come negarlo. E poi restano sempre quei bambini agli angoli della strada: novanta su cento sono messi lì dagli infami papponi, ma i loro sguardi rimangono ugualmente affranti e disperati. Essere dipendenti di quei papponi è molto peggio che essere poveri veri. Cosa fare, cacciarli a pedate?
No, non è semplice il mestiere del generoso, al giorno d'oggi. In attesa che una società giusta ci sollevi dai fastidiosi dilemmi, togliendo dal marciapiede il dilemma, resta solo la carta difficile e raffinata del fai-da-te. Come diceva Gandhi, gli occhi dei poveri parlano una lingua particolare. Prima o poi bisognerà imparare a leggerci dentro.
Cristiano Gatti