Racket delle case popolari, presi tre «professionisti» delle occupazioni abusive

Gli arrestati cedevano gli appartamenti Aler in restrutturazione chiedendo una «tangente» che andava dagli 800 ai mille e 700 euro. La polizia: «I cittadini denuncino gli abusi»

A duoi modo, ha tentato di giustificarsi davanti agli agenti che la stavano arrestando. «Si tratta per le case... Io l'ho fatto così, per campare. Nessuno mi passa niente, sono invalida. Percepisco 400 euro per due mesi». Così, per arrotondare, avrebbe chiesto il pizzo sulle case popolari. E ieri è finita in manette Giovanna Pesco (assieme alla figlia Anna Cardinale e al genero Omar Moreschi) con le accuse di associazione per delinquere finalizzata all'occupazione abusiva di stabili pubblici destinati a uso abitativo e occupazione abusiva continuata. Le ordinanze sono state disposte dal gip Federica Centonze su richiesta del pubblico ministero Antonio Sangermano. Nel fascicolo figurano indagate a piede libero altre 12 persone che sono state perquisite.
Tra le persone indagate figurano cittadini privati che si sono resi responsabili di intimidazioni, ma non è certo che si tratti delle stesse persone che hanno eseguito l'attentato ai chioschi di proprietà del presidente di Sos racket e usura, Frediano Manzi. In manette sono finiti Giovanna Pesco, 57enne nullafacente; la figlia Anna Cardinale 39 anni, che sostiene di svolgere un lavoro di segretaria presso un non meglio specificato commercialista; e il suo convivente Omar Moreschi, un imbianchino muratore di 29 anni. Hanno tutti precedenti di polizia per rissa e danneggiamenti e sono emigrati a Milano da Palermo intorno ai primi anni Novanta occupando subito lo stabile al civico 23 di via Padre Luigi Monti. L'inchiesta che ha portato agli arresti è nata dal video-denuncia pubblicato a fine agosto da Sos racket e usura sul proprio sito, in cui un collaboratore dell'associazione, fungendo da esca, si accordava con la Pesco per la cessione di un appartamento occupato abusivamente. Dagli accertamenti è poi emerso che la famiglia da tempo cedeva le case Aler in corso di ristrutturazione in via Monti 16 dietro un compenso che variava tra gli 800 e i 1.700 euro. Il servizio comprendeva la forzatura di porte e finestre della casa e la protezione in caso dell'intervento della polizia, attraverso l'istigazione ad aggredire gli agenti di tutti i residenti contro sgomberi e sfratti. Nello stabile si è poi creata una situazione di degrado, per lo più episodi di spaccio di droga, spesso denunciata dagli inquilini regolari e su cui sono in corso accertamenti. Secondo quanto spiegato dal dirigente della Squadra mobile, Alessandro Giuliano, ai tre arrestati è contestato il fatto di essersi approfittati dello stato di necessità in cui versavano i propri «clienti». L'obiettivo degli investigatori ora è quello di recuperare una ventina di alloggi occupati abusivamente in via Monti 16 e restituirli a chi ne ha diritto. «Abbiamo riscontrato una generale atmosfera di intimidazione e paura che ha reso complessa l'attività di indagine», ha dichiarato Giuliano. Se «fortunatamente la collaborazione con Sos racket e usura ci ha permesso di raccogliere alcune denunce - ha concluso il dirigente della Squadra mobile - ora la speranza è che altri si facciano avanti». Secondo Giuliano, l'intervento di oggi «è importante perché costituisce il segnale che attraverso la collaborazione di tutti si possono raggiungere risultati concreti».