Racz è innocente, ma non un santo

È permesso rinunciare volentieri a entrare nel fan club di "Karol Racz santo subito"? Pare di no, ché il poverinismo nazionale, mescolato alla propaganda contro il governo razzista, quello che vorrebbe obbligare i medici allo spionaggio contro i clandestini, e che ha usato degli innocenti per il famigerato decreto contro lo stupro, agitato con la polemica contro i giornali cattivi che hanno sbattuto il mostro in prima pagina, servito in tv con menta di signorine commosse e scosciate, ha già decretato almeno beatificazione in vita, e lavoro in Italia all'altezza del risarcimento dovuto.
Naturalmente fa piacere sapere che una persona accusata ingiustamente di un crimine odioso, oggi per fortuna un po' più esposto ai rigori della legge, sia stato riconosciuto innocente, nonostante restino oscuri alcuni particolari nella ricostruzione della vicenda, confessione dell'amico di Racz compresa. Aggiungiamo serenamente che 35 giorni di carcere in tutto per due accuse di violenza sessuale, una delle quali su una ragazzina di quindici anni, non sono uno scandalo in presenza di accuse così dettagliate come quelle che c’erano inizialmente a suo carico. I veri violentatori sono in galera, l'esame del Dna ha fatto il suo dovere, Karol Racz è libero, resta in carcere il suo amico e accusatore, proprio per averlo calunniato.
La custodia cautelare è una vecchia storia del nostro sistema giudiziario, ed ha la caratteristica di essere utilizzata più per i non colpevoli che per i colpevoli. Da quando vivo in Sicilia non riesco più a contare i casi di cittadini italiani incriminati per associazione mafiosa, che è accusa infamante come poche, tenuti in carcere per mesi, spesso per qualche anno, e poi assolti nei processi, qualche volta addirittura su richiesta dello stesso pubblico ministero. E' di questi giorni l'archiviazione dell'accusa di spaccio di droga per l'attrice Serena Grandi, cinque anni e molti dolori dopo. Tacciamo per troppa rabbia sui metodi e i morti della Tangentopoli che giustiziò la Prima Repubblica. Se ci mettiamo, e potrebbe essere un prossimo articolo, ad elencare le vite rovinate da procedimenti ingiusti, diciamo decine di migliaia,viene fuori un pessimo quadro della nostra giustizia. Ogni volta le persone coinvolte finiscono sui giornali, con nome, fotografia, immagini dell'arresto; ogni volta le notizie filtrano numerose e incontrollate dagli inquirenti, dai legali, verso i giornalisti, i quali pubblicano. Ogni volta, o quasi, non solo non assistiamo a scuse e risarcimenti, capita che gli scagionati continuino ad essere perseguitati dalla cattiva fama dei titoli di un tempo. La riforma è necessaria proprio per queste ragioni.
Con Karol Racz lo sbaglio grave di persona è diventato invece mea culpa nazionale, come fu per quel Azouz Marzouk che fu scambiato per assassino per due giorni, poi diventò una quasi star, ma sempre un delinquente e uno spacciatore resta. Oggi non si può dire che Racz viveva in un campo nomadi abusivo, rubando e rivendendo rame e altri metalli, che in Romania era stato condannato per furto non una sola volta, che se dichiara in tv il solo reato di una multa, dichiara il falso. A completare il quadretto surreale, lui e il suo accusatore sono stati interrogati da agenti romeni, la confessione è stata resa prima di tutto a loro, ma ora la Romania si risente con l'Italia e chiede conto dell'ingiusta detenzione, dimenticando una volta di più che orda di criminali ci ha inviato a frontiere comunitarie da noi stoltamente aperte.
Fa bene lo chef palermitano La Mantia a offrire impiego a Karol Racz, magari un cannolo dopo l'altro diventa una persona per bene, sempre che non appaia a lui e al suo legale un lavoro troppo faticoso. Potremmo offrirgli un elenco congruo di italiani che hanno subito brutte avventure anche più lunghe e dolorose, per un prossimo posto di lavoro che gli si liberi, magari non destinato a fare notizia. Fanno bene politici e commentatori dolenti a indignarsi per le conseguenze del linciaggio morale, a scusarsi per il terribile epiteto usato contro il nostro. Faccia di pugile l'hanno chiamato, i pugili sono avvisati.
Io preferisco dissociarmi e passare per razzista. Preferisco affermare che in questa vicenda al presunto senso di colpa per il povero straniero si è amaramente sommata la sottovalutazione e persino il fastidio per la sanzione di gravità finalmente attribuita al crimine di violenza contro le donne. Poverinismo e misoginia, grazie no.