Raddoppia il rimborso per i referendum Il Senato «cambia» mille lire con un euro

Ritoccato generosamente l’indennizzo per ogni firma raccolta: prima era di 60 centesimi pari alle vecchie 1100 lire

Pietro Balducci

da Milano

Il governo era contrario, ma i parlamentari se ne sono bellamente infischiati. Sia quelli della maggioranza sia quelli dell’opposizione. Tutti i membri della commissione bilancio del Senato hanno votato, venerdì scorso, a favore dell’emendamento che ha trasformato le vecchie mille lire di rimborso - adeguate a suo tempo a 60 centesimi - per ogni firma presentata dai promotori di un referendum in un euro, che di lire ne vale 1936,27. Costo del cambio mille lire = un euro: 2,5 milioni di euro. Chi paga? Il contribuente italiano: «All’onere derivante si provvede mediante l’utilizzo di parte delle maggiori entrate recante dal presente decreto». Tradotto: voi stringete la cinghia, noi allarghiamo i rimborsi. Firmato: i vostri parlamentari preferiti, sinistra-destra-centro. Tutti d’accordo. L’onorevole segue l’esempio del fruttivendolo, quello che il 31 dicembre 2001 vi faceva pagare le cipolle 1000 lire al chilo e il due gennaio 2002 un euro, sempre al chilo. Un ritocchino del 100%, che quattro anni fa, nel passaggio lira-euro, andava tanto di moda fra i commercianti.
«Avevo espresso parere contrario» spiega Natale Ripamonti, senatore dei Verdi e relatore del testo. «Così come pure il governo aveva espresso parere contrario. Però, in commissione si sono trovati tutti d’accordo con l’aumento del rimborso e l’emendamento è passato all’unanimità». Non solo. Gli onorevoli senatori hanno anche deciso che questi soldi li vogliono subito. Il vecchio testo, la legge 157 del ’99, indicava che «i rimborsi sono corrisposti entro il 31 luglio di ciascun anno, in misura pari, al primo anno, al 40% della somma spettante, e, per i quattro anni successivi, al 15% della somma spettante». Insomma, lo Stato pagava a rate, in cinque anni. Indovinate un po’ cosa hanno deciso venerdì scorso gli onorevoli senatori della commissione Bilancio? «I rimborsi sono corrisposti in un’unica soluzione, entro il 31 luglio dell’anno in cui si è svolta la consultazione referendaria». Niente più rate, quindi, i partiti si faranno liquidare subito in un’unica soluzione.
Questo significa che lo Stato liquiderà i partiti per lo sforzo profuso nel referendum confermativo del 25 e 26 giugno scorso, che non ha confermato un bel niente, entro lunedì prossimo, il 31 luglio.
Non è finita. Spulciando gli emendamenti approvati sempre dalla commissione Bilancio del Senato venerdì scorso, si rintraccia un altro articolo in tema di rimborsi elettorali. Che dice: «Per il rimborso da attribuire ai movimenti o partiti politici in relazione alle spese sostenute per le campagne elettorali nella circoscrizione Estero, i fondi relativi, rispettivamente, al Senato della Repubblica e alla Camera dei deputati, sono incrementati nella misura dell’1,5% del loro ammontare».
Questo sì un ritocchino, «ma del tutto giustificato» interviene il senatore Ripamonti. «In queste ultime elezioni politiche i partiti, dovendo fare campagna elettorale anche per le comunità italiane all’estero, hanno affrontato maggiori spese». Un ragionamento talmente ineccepibile che ha trovato tutti i senatori d’accordo. Insomma, le riforme condivise che tanto piacciono al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano hanno un buon punto di partenza: più soldi ai politici. Per il resto si vedrà.