Le radici che costringono il comunismo a un eterno ritorno

Un'attenta ricostruzione, a cura di Fabrizio Cicchitto, dell'influenza nefasta del Pci sulle vicende della politica italiana

I comunisti sono sempre comunisti, ma sono stati così bravi da far credere che, cambiato il nome era cambiata la cosa. E che dalla Bolognina in poi il comunismo italiano è svanito nell’aria. Su questo punto hanno avuto una complicità d’opinione tale che nemmeno la permanenza intatta del gruppo dirigente del ’91 alla testa del Partito democratico crea problema. Il comunismo di Lenin e di Stalin ha creato, più che una dottrina, una fede. Ed essa ha per oggetto l’identità del partito indipendentemente dalle dottrine che professa e dalle politiche che conduce. Solo i socialisti sono in grado di riconoscere che i comunisti sono sempre comunisti perché l’avversità verso di loro dei vari nomi succeduti al Pci è rimasta intatta.

Il libro a cura di Fabrizio Cicchitto L’influenza del comunismo nella storia d’Italia. Il Pci tra via parlamentare e lotta armata (Rubbettino, pagg. 246, euro 15) dice questa verità comune. Cicchitto nel suo saggio introduttivo mette in luce il modo in cui il gruppo dirigente comunista ha ottenuto con successo di rivendicare innanzi all’opinione pubblica italiana il fatto di essere quello di prima e al tempo stesso di essere divenuto diverso. Questo sembra una prova che la dottrina gramsciana sull’egemonia culturale sia stata uno strumento prezioso per il dominio politico. L’unicità della politica italiana sta in questo destino singolare del partito più forte in Europa dopo quello sovietico, negli anni gloriosi del socialismo reale, è divenuto il partito che ha conquistato il potere in Italia perché il comunismo sovietico era finito nel 1989. Una bugia evidente nella contraddizione interna è diventata la verità politica dominante dell’informazione italiana.

Il libro, frutto di un convegno organizzato dalla rivista L’Ircocervo e dalla Fondazione Magna Carta, presieduta da Gaetano Quaglieriello, è rilevante anche perché contiene contenuti molto significativi come il saggio I compagni di strada del Pci di Andrea Guiso e quello di Gianni Donno su I comunisti italiani e i piani d’invasione del Patto Varsavia. Guiso mostra come la parola più evidente dell’egemonia del Pci sulla cultura politica fu la costituzione di una seconda schiera di intellettuali, sia cattolici sia laicisti, che trovarono nel Partito comunista il fondamento della propria identità politica pur mantenendo la differenza dal partito. I comunisti di seconda schiera sono la miglior prova della capacità comunista di assorbire le diversità politiche nella propria linea mantenendole tali, ma subordinandole al riconoscimento dell’egemonia. E quindi alle elezioni politiche del partito. Tra gli indipendenti di sinistra, divenuta poi Sinistra indipendente, vi erano laicisti che vi aderivano in quanto laicisti e cattolici che vi aderivano in quanto cattolici. L’adesione culturale politica testimoniava più fortemente l’influenza comunista sull’opinione pubblica che non la stessa militanza.
Gianni Donno ha seguito i lavori della commissione Mitrokhin come esperto ed è quindi a conoscenza del fatto che il Pci, anche quando Berlinguer dichiarava di costruire il socialismo all’ombra della Nato, manteneva una struttura insurrezionale da usare in caso di invasione sovietica come supporto agli invasori. E dava spazio all’azione di esponenti del Kgb in Italia. E questo anche quando Berlinguer aderiva all’eurocomunismo come forma diversa dal comunismo sovietico. L’identità comunista anche oggi ha una radice profonda che è la Rivoluzione d’Ottobre, vista come un grande evento positivo per la storia del mondo. E che la soppressione in quelle terre della libertà sia stata un atto di progresso.

Questo libro riferisce dunque verità scomode, ma anche verità che tutti conoscono ma che nessuno dice. Perché l’egemonia comunista sui mezzi di struttura politica esiste tuttora nel nostro Paese.