LE RADICI DELLA SFIDA

I proclami del terrorismo islamico indicano come nemici dell'Islam i «crociati» e gli ebrei, cioè concepiscono la guerra santa come una lotta contro le altre religioni del libro, ovvero connesse alla tradizione biblica. È un ritorno alla lunga guerra dell'Islam contro la cristianità che ha costruito la storia del mondo dopo la nascita della religione di Maometto. L'Occidente ha pensato se stesso come una civiltà che con la libertà religiosa, civile e politica potesse far convivere nel suo seno le differenze religiose come forme culturali. Avendo combattuto questa battaglia con il Cristianesimo e con la Chiesa, la cultura illuminista ha pensato di trovare delle affinità nel mondo islamico nelle sue differenze dal mondo cristiano. Questo sforzo è sembrato avere successo nell'epoca coloniale e garantire il trapasso dal colonialismo alla indipendenza dei Paesi islamici mediante una forma di Stato concepito sulla tradizione politica dell'autonomia dello Stato dalla religione. Ora è questo compromesso tra l'Occidente e l'Islam che viene meno sotto la pressione di una forma islamica che tende a riassorbire gli Stati musulmani nell'identità dell'Islam. Ciò avviene da molto tempo, specie sotto l'influenza di una scuola particolare, quella del wahabismo, prevalsa in Arabia Saudita a partire dal secolo XVIII e che grazie al regime saudita si è diffusa in tutto il mondo islamico. Esso è sorto come un superamento della tolleranza concessa dal Corano a ebrei e cristiani, nella forma della dimmitudine, cioè della sottomissione ed è giunto alla soppressione del Cristianesimo. È da questa corrente di pensiero che è nata l'idea rivoluzionaria di usare la presenza musulmana nei Paesi occidentali come la forma stessa della guerra al Cristianesimo e all'Occidente, visti come limite storico all'espansione mondiale dell'islamismo. Ma il fatto nuovo è stato quello di usare la comunità islamica dei Paesi occidentali in una forma nuova, come tentativo di condurre lo stesso Occidente a superare la forma di libertà entro cui aveva pensato di risolvere la differenza musulmana all'interno della società occidentale. Il fatto stesso dell'assimilazione degli immigrati musulmani alle forme di vita occidentali pone gli Stati occidentali di fronte al rischio di avere un nemico indistinguibile e diffuso. È forse la più grande sfida storica che l'Occidente abbia avuto, paragonabile, in forma diversa, a quelle costruite dal nazismo e dal comunismo. Ma nazismo e comunismo erano forme interamente politiche, nate all'interno dell'Occidente stesso, identificabili come collettività nemiche. Ma come combattere un nemico spirituale, che si fonda sulle identità religiose del singolo, che non ha forme istituzionali? La novità del terrorismo islamico è stata quella di trasformare il terrorismo in terrorismo suicida: un elemento così fondamentale della religione islamica come era la morte in battaglia. Il guerriero che muore in battaglia va nel paradiso coranico. Ciò rappresenta una trasformazione dell'Islam ma è in grado di usare motivi ortodossi tradizionali all'interno della tradizione coranica. Tutta la politica occidentale è così chiamata a uno sforzo comune ma la radicalità della sfida si manifesta proprio nel fatto che lo Stato è obbligato a controllare all'interno delle stesse moschee il diffondersi del terrorismo islamico. L'Occidente deve trovare il suo valore di civiltà di cultura e di libertà e incontrare nello stesso tempo i motivi per difendere la sua esistenza storica. Solo una linea di fermezza nel proprio diritto all'esistenza come cultura di libertà può motivare le limitazioni di libertà a cui l'Occidente deve ricorrere per difendersi contro un nemico invisibile. Non è un caso che Benedetto XVI abbia fatto in questo contesto riferimento alle radici cristiane dell'Europa. I fondamentalisti islamici minacciano l'Europa come cristianità, proprio ciò che l'Europa ha cercato di non essere. Eppure sono quelle radici che possono dare la forza all'Occidente di difendersi da un attacco alla sua più radicale conquista: la libertà civile.
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