«Radio Maria» alza il volume sui detenuti

Marcello D’Orta

Se quanti seguono quasi per dovere (perché «lo fanno tutti») programmi come «Il Grande Fratello» «L'isola dei famosi» «La talpa», e altra immondizia catodica, si sintonizzassero ogni tanto su Radio Maria (Maria la madre di Gesù, non la moglie di Costanzo), trasformerebbero la loro bruta e beota serata in un momento dello spirito, in una pausa di riflessione della coscienza, e apprenderebbero cose di grande valore etico e sociale.
Io lo faccio tutti i giorni; la mattina, per dispormi ad affrontare con pazienza cristiana il prossimo (se non fosse per padre Livio, avrei già rotto la testa a qualcuno) la sera, per disintossicarmi da avvelenamento cartaceo e televisivo (credetemi, non ne posso più di Manuela Arcuri, Antonella Clerici, Simona Ventura, Vittorio Cecchi Gori, Al Bano eccetera, ma la mia attività, purtroppo, non può prescindere dai mezzi di informazione). Accendo la mia brava radio, e mi sembra d'esser tornato agli anni Sessanta, coi suoi ritmi di vita più lenti.
Qualche giorno fa, appunto su questa emittente, ho ascoltato una interessantissima, per quanto amara, trasmissione. Il programma va in onda il 3° lunedì di ogni mese, alle ore 22,45, e si intitola «Fili di speranza da una finestra sul carcere», lo conduce Federico Quaglini, e si occupa della condizione dei detenuti in Italia.
Esso prevede tre momenti: nel primo, si commentano notizie di volta in volta pubblicate dalla stampa e su internet riguardanti il pianeta carcere; nel secondo, si offre ai parenti e agli amici dei detenuti la possibilità di mandar loro un saluto; nel terzo, si prega in diretta con gli ascoltatori, e si leggono alcune lettere dei carcerati giunte in redazione, tra le più interessanti e toccanti.
Il programma è molto seguito, troppo per qualcuno, e siccome in giro ci sono parecchi 666 o anticristo, alcuni hanno sparso la notizia che in realtà la rubrica serva per «lanciare messaggi» ai galeotti. Qualcosa di vero c'è in questa calunnia: il messaggio viene lanciato, sì, ma è quello di non abbandonare la speranza, di aprire il cuore a Dio e di riconciliarsi con la società.
Lunedì scorso, il conduttore ha commentato una riflessione che il cardinale Renato Martino (presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace) ha fatto ai padri Sinodali riuniti in Vaticano. Egli ha coraggiosamente denunciato le condizioni di grave violazione del diritto nelle carceri italiane, annunciando la pubblicazione di un documento.
Quali sono queste violazioni? Ebbene, in molti, moltissimi istituti di pena italiani, a causa della pachidermica burocrazia penitenziaria, dello stato di fatiscenza delle strutture, e, non ultimo, della “chiusura” alla parola di Dio di qualche direttore, è impedito ai detenuti di assistere alle funzioni religiose, di confessarsi e di comunicarsi. Mancano i luoghi dove celebrare la messa, mancano i cappellani, e se qualche sacerdote ha la fortuna di poter celebrare, deve fare i conti con gli “addobbi” e le suppellettili: per altare una scrivania o un tavolaccio, per ampolline bottigliette vuote di Coca-Cola.
Centinaia di carcerati inviano lettere a «Radio Maria», segnalando la cosa, ma - al di là del sostegno morale (che pure è basilare) - Radio Maria che può fare? Radio Maria deve essere lo Stato italiano, Radio Maria devono essere le nostre istituzioni, Radio Maria devono essere i politici che abbiamo votato o che voteremo.
Radio Maria dobbiamo essere noi, quando invece di sederci come selvaggi annoiati davanti alla televisione, accendiamo la radio, ascoltiamo, e ci impegniamo, ma veramente, a far valere il diritto calpestato.