RADIO IN TV, UN IBRIDO CHE NON CONVINCE

Mannaggia a Fiorello e alla «radio che va in tivù». Par di capire da queste prime avvisaglie estive, in un periodo in cui si testano idee e possibilità per la prossima stagione, che stia prendendo piede una di quelle mode sulle quali è lecito avere più di una perplessità. Fiorello ha tracciato il solco, consentendo che le telecamere - almeno una tantum - riprendessero la sua fortunata trasmissione radiofonica. Altri si sono accodati, altri ancora, come la nuova trasmissione Matinée (dal lunedì al venerdì su Raidue, ore 11) presentano questo nuovo appuntamento quotidiano definendolo «la tivù che si ascolta», che è una sorta di variazione di genere sullo stesso tema: usare la televisione come se fosse una radio, riproporre davanti alle telecamere la formula del cazzeggio più o meno spiritoso, e poi le dediche in forma di scritte in sovrimpressione, e poi gli stacchetti musicali come fanno i dj, e poi qualche ospite con cui chiacchierare per un po’. Si ha l'impressione che, sull'onda del successo che la radio sta avendo in questi anni a mano a mano che la tivù delude, si cerchino formule sempre più vicine allo spirito radiofonico per rivitalizzare il piccolo schermo. Un conto, però, è se la radio che finisce in tivù è quella di un fuoriclasse come Fiorello, che peraltro dovrà stare attento a non inflazionarsi per via indiretta radiofonica, vampirizzato dalla sanguisuga televisiva che si aggrappa alle sue performance in voce per poi riciclarle attraverso il video (paradossalmente, non è mai stato così tanto in tivù da quando ha deciso di non farla per un po'). Un conto è se ad usare la televisione alla stregua di una radio sono i pur simpatici Sabrina Nobile e Max Giusti che conducono Matinée e che serviranno in qualche modo da test per capire se gli ascolti incoraggeranno o meno questa nuova tendenza. Sta insomma nascendo un nuovo ibrido radiotelevisivo, un matrimonio di interesse tra i due mezzi di comunicazione che è tale solo sulla carta. Non solo perchè, come sappiamo tutti, la radio ha un suo fascino strettamente correlato all'impossibilità di vedere chi ci sta parlando, un'attrattiva piacevolmente circoscritta a toni, suoni e voci che ci fanno prendere una vacanza dall'overdose di immagini. Ma anche perché la radio che prende forma in tivù sembra il modo migliore per deprezzare lo spirito radiofonico e per svilire ulteriormente la specificità televisiva. Il matrimonio tra radio e televisione, almeno da quello che si comincia a vedere, non induce ad alcun ottimismo: i tratti radiofonici perdono di attrattiva e la loro funzione con quelli televisivi induce a sospettare che il piccolo schermo non sappia più dove andare a parare e si aggrappi a questo espediente come soluzione da ultima spiaggia.