LA RADIO VINCE IL GIRO DELL’EPICA

Innanzitutto, occupa un decimo dello spazio fisico di Bulbarelli e un decimo di quello dialettico di Cassani.
Eppure, funziona ugualmente, se possibile anche meglio. Quindi, anche solo per questo, Emanuele Dotto ha già vinto il giro d’Italia. E i ciclotifosi glielo riconoscono. Quando fa la sua apparizione sul palco, all’inizio, il passaparola è scettico: «Ma chi è quello lì?», quasi un refrain di una vecchia canzone di Mina. Poi, appena apre bocca, la sua voce è inconfondibile. Il che, per chi lavora di voce, è il grimaldello per aprire ogni porta. A questo punto, Dotto riceve ovazioni simili a quelle riservate a Ivan Basso. È successo, ad esempio, alla partenza della tappa di Alessandria.
Ed è tutto giusto e meritato, perché Dotto è un cronista di razza del ciclismo. Razza mignon, certo, un po’ come il nostro Cristiano Gatti. Ma hanno una capacità di raccontare il Giro e di trasformarlo in qualcosa di epico inversamente proporzionale alla loro altezza.
Dotto e i suoi fratelli (Giovanni Scaramuzzino sull’altra motocicletta, Ugo Russo al microfono delle interviste e Antonello Orlando dalla postazione fissa) raggiungono il loro risultato migliore quando il gioco si fa duro. Oddio, in questo giro, di duri non se ne sono visti moltissimi. A parte Basso, ovviamente. Ma, nonostante la mosceria di una gara con un dominatore e nemmeno un avversario degno di tal nome, i radiocronisti dello Speciale Giro d’Italia di Radiouno sono riusciti ugualmente a riportare agli ascoltatori qualche emozione. Segnatamente, nelle (poche) fughe in cui valeva la pena di misurare i distacchi e nelle cronometro.
Ecco, in quei momenti, ci avviciniamo davvero all’epica. Innanzitutto perché la banda dei quattro è collaudatissima e sembra davvero affiatata, senza nemmeno gelosie dei tre globe-trotter nei confronti di Orlando, che al confronto sembra un vecchio zio in pantofole. E poi. Scaramuzzino e Dotto giocano a prendere i tempi, a fermarsi, a rincorrersi, a darsi indicazioni che hanno il gusto del ciclismo di una volta: «Emanuele dove sei?», «Giovanni, io prendo il tempo all’altezza del cartello che indica la trattoria Gigino a 400 metri. Proprio a fianco del burrone», «Benissimo, Emanuele. Ti aspetto all’altezza del burrone».
Insomma, qualcosa che merita di essere sentito. Perché ha il sapore della polvere e del sudore di una volta. Il sapore di Plan de Corones, la salita più bella, cancellata mestamente dal Giro. Ecco, loro, quelli della radio, Plan de Corones è come se l’avessero scalata.
Li aspettiamo al Tour per sentire come ci racconteranno Basso e i suoi avversari, che lì ci sono per davvero. Nel cuore, come sempre, Marco Pantani. Sono stati anche loro a farcelo amare.