Radiografia di un teatro in prognosi riservata

La diagnosi è uno stato di seria fragilità psicologica, con pesanti ripercussioni sul lato fisico e l'attività produttiva. La prognosi è riservata.
Così Roberto Iovino, nel suo ultimo libro «Carlo Felice. Radiografia di un teatro sull'orlo di una crisi di nervi» rivolta come un calzino il teatro genovese, ne ripercorre l'anamnesi passo a passo, tra momenti di buona salute, picchi di ottimismo e pesanti ricadute. La cartella clinica che ne viene fuori non è senz'altro rosea, ma senza dubbio aperta a nuove cure ed esperimenti, per un futuro decisamente migliore, del teatro certo, ma anche di chi vive con lui.
18 ottobre 1991: il Carlo Felice rialza il sipario sulle note del «Trovatore» di Giuseppe Verdi. Quasi trent'anni trascorsi nell'oblio (nel 1963 il vecchio teatro era stato definitivamente abbandonato e l'attività musicale trasferita al «fu» Politeama Margherita), ridotto com'era a «buco nero» in Piazza de Ferrari, commiserato e compianto dai «vecchi» e ignorato dai giovani.
Preciso, lucidissimo, Iovino descrive i primi diciassette anni di vita del «nuovo» teatro con l'obiettività dello storico, la competenza del critico musicale e l'amore del genovese legato al «suo» palcoscenico, e traccia così una concisa e illuminante panoramica della «nostra» storia teatrale contemporanea.
Non manca nessuno dei protagonisti, tutti si presentano alla ribalta con pregi e difetti per popolare una storia complessa, che vive ancora ai giorni nostri, tra alti e bassi, attraverso la difficile trasformazione da Ente Lirico (pubblico) a Fondazione (privata), fino alle dolorose mutilazioni e agli scioperi ad oltranza della appena trascorsa stagione.
Chi lo ha guidato, il Teatro, chi ha elaborato i suoi cartelloni, chi ha calcato le sue scene, chi lo ha aiutato a sopravvivere in mezzo a bufere finanziarie, a lotte sindacali, a fiaschi artistici; tutto questo condito da commenti della stampa (di oggi e di ieri), da ben motivate considerazioni personali e dall'identikit di un pubblico che entra in scena sempre, nel bene e nel male, con l'entusiasmo e con l'esasperazione.
Insomma, una storia quotidiana e imprevedibile che di tante pagine - ci auguriamo - avrà ancora bisogno per andare avanti; una storia, come dice l'autore, che val la pena almeno raccontare.