Rafa, un malcapitato nella storia dell’Inter

L’ultimo comunicato è stato l’ennesimo capolavoro di strategia. Il marchio del personaggio, freddo, attento, ironico e velenoso a modo suo. Rafa Benitez non era (e non è) un mollaccione. Ringraziamenti a tutti, citando nell’ordine: calciatori, dipendenti del club e tifosi «che hanno avuto fiducia in noi. I due titoli conquistati sono stati il risultato dell’impegno di tutti quelli che sono stati al nostro fianco, mantenendo sempre come principi fondamentali la professionalità, l’educazione, il rispetto e la dedizione al club. Di tutto ciò siamo molto orgogliosi». In un pugno di parole c’è tutto: apprezzamento a tanti e disprezzo a pochi, a ciascuno il suo. E dopo le ultime parole famose di Abu Dhabi, ecco l’ultimo guanto in faccia. «Al club e ai tifosi auguro i massimi successi sportivi nel futuro. Infine, è doveroso da parte mia un ringraziamento al presidente Moratti per avermi scelto a suo tempo come allenatore dell’Inter». Ringraziamento «doveroso». Niente più.
Così se n’è andato il tecnico che non piaceva per le mani umidicce, quando salutava. Vabbè, c’è di peggio nella vita. Non piaceva allo spogliatoio, al presidente, al medico, fors’anche al parrucchiere. In sei mesi non c’è stato problema che non fosse addebitabile a Rafa. L’Inter è una casa di vetro e Benitez ogni volta se n’è visto addosso i cocci. Eppure Rafa, come lo chiamano gli inglesi di Liverpool che lo amano di un sentimento senza rete, resterà a buon diritto nella storia dell’Inter: è stato l’allenatore dell’era Moratti, e non solo, che ha vinto più trofei (due) nel minor tempo possibile (sei mesi).
Non è stato una meteora, solo un malcapitato. Rafa era abituato a fare il manager, a tutto campo. Un giorno, in poche parole, ha spiegato la regola principale per rinforzare una squadra da scudetto. «Devi spendere 100 milioni: acquisti tre giocatori di prima qualità. Con i parametri zero non vai da nessuna parte. Eppoi ci vogliono tre riserve a costo contenuto. Se parti da queste basi, vinci». Sembrava un discorso destinato a Moratti e all’Inter. Ecco, partendo da questa chiarezza programmatica, Rafa non deve essere andato a genio al presidente. Il tecnico ha l’abitudine di scrivere su un libretto tutto quanto riguarda il lavoro: ora, data, parola per parola i discorsi a dirigenti, giocatori, staff. E quando qualcuno contesta, tira fuori il libretto e legge: «All’ora tale del giorno tale, tu hai detto questo. Io ho risposto questo...». E così via. Moratti non può aver apprezzato uno che lo inchiodasse, senza possibilità di fuga dalla realtà.
Certo, non aver trovato la chiave per aprire un dialogo più concreto, e rassicurante, con i giocatori è peccato attribuibile al tecnico. Eppure ieri, davanti all’Anfield Road di Liverpool, hanno cominciato a ballonzolare striscioni inneggianti a Benitez. «Vogliamo Rafa per regalo di Natale». «Rafa non andrai mai solo, torna al Liverpool». Roy Hodgdson non sarà soddisfatto. Ma Benitez ha lasciato l’impronta, come Mourinho all’Inter.
Un sito dei tifosi di Liverpool ha registrato il 66 % di voti a favore del suo ritorno in panca. Difficile che inglesi e spagnoli (Valencia) abbiano preso un abbaglio di massa. Invece i pochi mesi interisti sono stati una partita a scacchi. Moratti pronto a dare scacco, l’altro capace di salvarsi. Poi lo scacco matto (in tutti i sensi): Benitez ha atteso, mirato e fatto fuoco. Impallinato l’unico suo bersaglio, in mondovisione. Non è stato un bel finale di partita. Solo un finale. E una finale (vinta).