«Una raffica di mitra, tre destini segnati»

«“E della piccolina cosa ne facciamo?”. “È una testimone...”. “Ma sei pazzo?”»

Margherita, sì, lei capisce. Stanno andando verso il cimitero, ma non per la strada che, oltrepassandolo, va verso Postua, il maledetto covo da cui i partigiani sono scesi dieci giorni prima a occupare il paese. Hanno imboccato la strada vecchia, quasi un sentiero che, attraversando la boscaglia, sale su per la collina e arriva alle spalle del cimitero \.
Dopo una salita, il sentiero sbocca proprio davanti al muro laterale del cimitero. Lì ci sono altri tre uomini ad aspettare, giovanissimi: Carlo Calvi, Ugo Girardi e Walter Marchesini. Girardi e Marchesini non hanno neppure diciott’anni. Poco lontano, prima del cimitero, si trova una cascina abbandonata. È qui che deve svolgersi l’interrogatorio. I partigiani spingono dentro la donna, tenendo ferma la bambina che vuole seguire la mamma. Margherita protesta ancora vivacemente: che cosa vogliono sapere da lei? Lei non andava a Vercelli per fare la spia al comando fascista, lei ci andava solo per ritirare il sussidio. Sulla porta della cascina si staglia la figura di Palmo, apparentemente disarmato, il basco in testa, le labbra sottili strette in una smorfia. Fa uscire gli altri uomini e rimane solo con Margherita per alcuni lunghi minuti.
Quando escono, la donna ha la faccia stravolta. Alfa le si precipita addosso. Gli occhi di Palmo sono una fessura nella forte luce estiva. «È arrivata la tua ora, cara Margherita», dice con voce gelida. Fa un cenno, i tre partigiani la spingono sul sentiero che va verso il cimitero, ecco apparire il lungo muro grigio. Adesso Margherita sa. Non c’è più spazio per le illusioni. I partigiani hanno allentato la presa, lei non li ha più addosso ma è circondata, stringe a sé la bambina, tiene la sua testa schiacciata contro lo stomaco. Alfa sente i battiti veloci del cuore materno, tum tum tum.
Non c’era bisogno di interrogare Margherita Ricciotti coniugata Giubelli, non c’era nulla da sapere. Margherita si è sempre e solo occupata della sua famiglia, dei suoi due bambini, tirando avanti da sola e sfiancandosi tra la casa e la fabbrica. Margherita ha sempre e soltanto sostenuto le sue idee, perché non è una che sta zitta e discuteva anche con le compagne di lavoro. Margherita non è una spia. Qui oggi, 15 luglio 1944, in una mattina estiva che sembra una mattina come mille altre, c’è solo un’esecuzione da compiere. A freddo.
Marchesini, il partigiano Orlando, cerca di strappare Alfa dalle braccia della madre. Alfa urla e si divincola, l’uomo la trascina via. Anche Margherita adesso urla. Grida «No, no, aiuto, no!». Grida il nome della sua bambina: «Alfa, Alfa!». Le urla risuonano nella vallata, si infrangono contro il muro del cimitero. Nessuno accorre in aiuto, i morti non sentono.
Cacciando la testa tra le gambe di Orlando che la trascina via, Alfa cerca disperatamente di vedere che cosa sta succedendo alla madre. Vede Margherita di schiena, tenuta ferma dal Girardi, vede la bocca di Palmo che si muove perché sta dicendo qualcosa. Orlando le volta via la faccia, cerca di coprirle gli occhi. Così Alfa non vede il cenno che il Bussi fa al Calvi, non lo vede impugnare la pistola e mirare. Non vede il secondo cenno del Bussi al Girardi né quell’attimo di esitazione del ragazzo: sparare così, nella schiena, a una donna sola e inerme. Alfa sente solo la prima esplosione e poi la raffica di mitra. Non vede sua madre cadere in ginocchio e poi di lato, ma sente l’improvviso silenzio e un attimo dopo il frullo d’ali degli uccelli che gli spari hanno fatto alzare in volo \.
Il partigiano Orlando tiene sempre per mano la bambina che adesso è immobile, ha gli occhi sbarrati, ma sembra non vedere. Ugo Girardi, il partigiano Fanfulla, ha ancora il dito sul grilletto del mitra. Quella raffica non solo ha segnato per sempre il destino di Margherita e di Alfa, ma anche il suo: nessuno gli toglierà più dall’animo l’orrore e il rancore per chi ha dato il comando. Nella nube di incoscienza che l’avvolge, Alfa sente delle parole o forse si tratta solo di un sogno. Che cosa si dicono gli uomini che hanno appena ucciso sua madre? Una voce: «E adesso che ne facciamo di questa?». La voce di un altro: «Be’, è una testimone...». La voce di risposta è acuta, rabbiosa. «T’ses fol? Sei matto? È una bambina!». È il Marchesini che grida, incurante dello sguardo freddo di Palmo. La bambina non si tocca. Orlando l’ha vista correre per le strade del paese insieme agli altri matoj, i ragazzini di Crevacuore, l’ha vista far la prima Comunione nella parrocchia dell’Assunta, con il vestito bianco. Palmo sputa per terra e alza le spalle. «Va bene occupatene tu, Orlando». Gli uomini abbassano le armi.