Raffica di scippi e furti: la firma è rom

(...) bravissimi attori, nel ruolo dei giurati.
La storia è nota: una giuria popolare composta da dodici uomini di diversissima condizione sociale, anagrafica e geografica, deve decidere se mandare a morte un ragazzo ispano-americano accusato di aver accoltellato suo padre. Tutto, a partire da due testimonianze d’accusa che sembrano ineccepibili, pare congiurare contro il giovane e undici giurati votano a favore della sua colpevolezza. Tutti meno uno. Gassman, per l’appunto, che con atteggiamento maieutico li convince uno ad uno, innestando in loro il dubbio sugli indizi e sulle testimonianze.
Il testo e lo spettacolo sono belli, avvincenti, emozionanti, carichi di passione e di pathos. E le tre ore scorrono via velocissime. Ma, al di là del giudizio teatrale, La parola ai giurati è il trionfo del garantismo vero, quello del sistema giudiziario anglosassone: la presunzione di innocenza per tutti e la dimostrabilità della colpevolezza «al di là di ogni ragionevole dubbio». In scena, oltre agli attori, va il Diritto. Ci va Cesare Beccaria, ci va la Colonna Infame, ci va Enzo Tortora, ci va persino Gesù. Che, in fondo, fu condannato innocente da una giuria popolare.
Insomma, per me è una cosa da vedere. Soprattutto, è qualcosa che non ha nulla a che vedere con il garantismo peloso. Noi siamo per le condanne non a mezzo stampa o a mezzo pubblicazione di verbali, ma per condanne che - quando sono tali - siano effettive. Senza sconti, indulti, premi e premietti che rendono impunita la pena. Nessuno tocchi Caino, può anche andar bene. Ma si pensi prima di tutto ad Abele. E, proprio per questo, mi scuso con i nostri lettori se hanno letto come troppo benevolo il ritratto in carcere dell’amicizia fra l’omicida di Capodanno e Diamante. Non era assolutamente il nostro intento scadere nella melassa o nel buonismo. Hanno sbagliato, sono colpevoli e devono pagare. Tutto. Punto e basta.
Perchè vedete, il garantismo è merce difficile. Da maneggiare con cura. Non va usato solo per gli amici e non per gli avversari, certo. E, soprattutto, non deve diventare solidarietà pelosa o una scappatoia per evitare ai colpevoli di pagare la pena. Ma, comunque, resta qualcosa di imprescindibile. Qualcosa che La parola ai giurati insegna ad amare e a rispettare ancor di più.
Ecco, io credo che la presunzione di innocenza debba valere soprattutto per i media. I magistrati fanno il loro lavoro e i fatti dicono se lo fanno bene o male. Ma mettere alla gogna mediatica persone perbene, solo perchè «indagate» è qualcosa che va oltre l’abc dello stato di diritto. E anche oltre l’abc del significato degli avvisi di garanzia. Che, lo dice la parola stessa, sono a tutela di chi li riceve, non un atto per esporre al pubblico ludibrio.
Di Giovanni Novi abbiamo parlato tante e tante volte in questi giorni. Ma credo valga lo stesso per tanti dei coindagati (a proposito, alcuni li ho visti al funerali di Nucci, sarà una prova per qualche giornalista?). Faccio anche qualche nome: io il professor Sergio Maria Carbone lo vedo al massimo colpevole di eccessiva genoanità, ma mi è difficile pensarlo con la mascherina della banda Bassotti.
E Aldo Grimaldi? Ne vogliamo parlare? É l’uomo che, da solo, ha sfidato il colosso Tirrenia ed ha regalato all’Italia traghetti decenti e non più monopolisti. E che continua a sognare da Impenditore vero: prima con Grandi Navi Veloci e poi con i traghetti di nuova generazione come Coraggio. Di gente come Grimaldi, che per me era e resta un galantuomo fino a prova contraria, l’Italia avrebbe un bisogno disperato.
Sono proprio loro, «i Grimaldi» come categoria antropologica, che fanno grande il nostro Paese. Altro che gogna mediatica.