Una raffinata mostra racconta il difficile rapporto tra Leo, Gertrude e Michael: pionieri del collezionismo

da Parigi
«Il problema stava nel fatto che il genio di famiglia ero io» dirà con la sua solita modestia Gertrude Stein per spiegare la rottura con il fratello Leo e la fine di un sodalizio famigliare e intellettuale durato un decennio. «Non c’era un perché razionale, semplicemente era così, ero io e non lui e questo fu l’inizio della fine: prima eravamo un tutt’uno e ora non lo eravamo più. Pian piano, abbiamo smesso di vederci».
Tutto era cominciato nel 1902, quando il trentenne Leo Stein, rampollo di un’agiata famiglia ebreo-americana, dopo aver fatto il giro del mondo e vissuto in Italia, aveva deciso di installarsi a Parigi, al numero 27 di rue de Fleurus. Amava l’arte, voleva consacrarsi ai pittori e alla pittura, era stato allievo di Bernard Berenson. Fu su indicazione di quest’ultimo che entrò in contatto con il gallerista Ambroise Vollard e comprò il suo primo Cézanne...
L’anno dopo, in rue de Fleurus arrivò anche Gertrude, di due anni più giovane, mentre Michael, il primogenito, con la moglie Sarah e il figlioletto Allen al seguito andranno ad abitare nella non lontana rue Madame. Nel giro di poco, gli Stein divengono una presenza fissa sulla scena culturale parigina e i “sabati” presso di loro un'occasione mondana e intellettuale. Li affollano visitatori illustri e sconosciuti: si vedono le opere esposte, si chiacchiera, si beve, si fa amicizia. Nel tempo, Hemingway darà il cambio a Max Jacob, Fitzgerald a Henry-Roché, Pound ad Apollinaire... Quei sabati sono anche l’occasione per vedere dei quadri dal vivo, in un’epoca in cui circolano poche riproduzioni di opere contemporanee, e quasi sempre in bianco e nero, e per molti degli artisti lì presenti non esistono gallerie dove esporre. Personalità fra loro diverse, gli Stein all’inizio si compensavano fra loro. Leo, dilettante brillante, è lo scopritore di quei pittori che saranno al centro della loro collezione: Matisse, in primis, Cézanne, Gauguin, Renoir. Più bon vivant, Michael si farà costruire una villa da Le Corbusier appena fuori Parigi, che anni dopo il regista Abel Gance userà come set per il suo film La fin du monde... Quanto a Gertrude, scrittrice in cerca di un proprio stile, farà di Picasso e del cubismo la propria bandiera e di sé stessa il simbolo della modernità in letteratura.
«Matisse Cézanne Picasso» è la mostra che ora celebra questa eclettica famiglia al Grand Palais (fino al 22 gennaio, poi al Metropolitan Museum di New York sino al 3 giugno) e il sottotitolo, «L’aventure des Stein», rende bene quell’insieme di dilettantismo, dandismo e entusiasmo.
Come sempre succede, nel tempo ciascuno dei protagonisti darà di quell’esperienza vissuta insieme un ricordo parziale e in qualche modo partigiano. In Autobiografia di Alice Toklas, uscito nel 1933, Gertrude Stein ne scriverà in maniera così perentoria e auto glorificatrice da meritarsi l’uscita, voluta da Matisse, di un numero speciale della rivista Transition pieno di testimonianze contro di lei...
Anche la sua amicizia e il suo sodalizio con Picasso non sopravviveranno alla ruggine degli anni: gelosie sentimentali, rivalità artistiche, prese di posizioni politiche divergenti... Ciò che ne resta di più emblematico e insieme commovente è il ritratto della prima fatto dal secondo, un volto che è una maschera africana su un corpo pesante che rimanda a una popolana di Cézanne. «Tutti dicono che non le somiglia, ma non è importante. Finirà per rassomigliarle» farà dire a Picasso la stessa Stein. Oggi è al Metropolitan Museum di New York, così come nei più importanti musei del mondo sono gli altri quadri che gli Stein collezionarono quando l’arte moderna era ancora una scommessa e non una moda.