«Rafforziamo il bipolarismo o aspettiamo il referendum»

da Roma

Onorevole Fabrizio Cicchitto, come valuta la proposta di Convenzione per la riforma elettorale avanzata da Giuliano Amato?
«Si tratta - o forse meglio dire si trattava, vista l’accoglienza del centrosinistra - di un tentativo di introdurre un elemento di fantasia politica, dar vita a una struttura di forte impronta riformista. Ma nel centrosinistra c’è l’unanimità dei partiti minori contro e una significativa divaricazione nei Ds tra Fassino, che vi ha prestato attenzione, e Vannino Chiti che invece l’ha stroncata».
Perché il diessino Chiti boccia la proposta che desta l’interesse del suo segretario Fassino?
«Evidentemente prevale in lui la funzione di servizio nei confronti del suo presidente del Consiglio che, non a caso, ha detto “per noi tratta Chiti”. Noi riteniamo che il governo sia un soggetto istituzionale che sta sul campo e va ascoltato, ma non pensiamo affatto che la legge vada cucinata da Prodi e Chiti».
Il professor Sartori dice che il disegno prodiano sulla legge elettorale è un disastro, concede il potere di veto ai piccoli e allora è meglio il referendum. Concorda?
«In genere sono in dissenso con quello che dice Sartori, ma stavolta dice una cosa giusta. La logica di Prodi è la seguente: per lui Ds e Margherita hanno un solo colpo di pistola in canna, sono legati al suo governo perché altrimenti c’è la catastrofe. L’estrema sinistra - e anche l’Udeur - invece hanno due proiettili in canna: possono stare al governo, ma nelle loro possibilità movimentiste mettono in conto che possa saltare tutto per aria e la loro base politico-elettorale non si metterebbe a piangere. Prodi reputa che questi ultimi abbiano una forza contrattuale maggiore, su tutto. E in questa logica rientra anche la discussione sulla legge elettorale».
Ma è in gioco l’esistenza stessa dei Ds. Perché Fassino dovrebbe stare sulla sponda prodiana e non tentare invece il dialogo con Forza Italia?
«I Ds hanno un problema esistenziale che può essere riassunto con un “se ci sei batti un colpo”».
E il colpo lo battono?
«No. I Ds si dicono riformisti, ma sono arrivati a questa formula più per risulta che non per elaborazione politica e culturale. Sarebbe utile rileggere un libretto dal titolo “Il silenzio dei comunisti”. Lo ricorda?».
È un carteggio tra Vittorio Foa, Miram Mafai e Alfredo Reichlin. Ma che c’entra?
«Spiega bene perché i comunisti non hanno elaborato in positivo le ragioni del passaggio dal comunismo alla socialdemocrazia, ma in negativo. E oggi ne pagano le conseguenze politiche. I Ds sono una forza significativa dal punto di vista organizzativo, ma non sono riformisti. Ne sono la prova le dimissioni di Nicola Rossi, e il fatto che un loro esponente, Vannino Chiti, conduce una trattativa più a nome del governo che a nome dei Ds, in una chiave assolutamente passiva nei confronti di Prodi».
La proposta di Amato non spezzerebbe l’asse preferenziale Prodi-Udc?
«La proposta di Amato cerca di azzerare la logica attuale che sta dominando la maggioranza, ma proprio questa è la ragione fondamentale per cui tre quarti del centrosinistra si sono pronunciati in modo negativo e i Ds addirittura divisi. L’Udc sarà il primo partito con cui ci confronteremo».
Quale sarà la vostra proposta?
«Una legge che confermi il bipolarismo. E per realizzarla è anche possibile fare poche modifiche a questa legge, che non è affatto pessima e il cui problema principale, quello del quorum al Senato, è stato determinato da una richiesta del precedente presidente della Repubblica».
E se non c’è l’accordo?
«Allora tanto vale andare al referendum. Siamo totalmente contrari a ipotesi di doppio turno, inesistenza di premi di maggioranza o esistenza di quorum talmente bassi perché determinati dalla logica degli attuali partiti. Detto questo, per noi l’agenda politica deve essere principalmente dedicata a temi più forti che non la legge elettorale. In primis la politica economica di un governo che nonostante il boom delle entrate sta facendo stringere la cinghia agli italiani».