La ragazza che non si lasciava abbracciare

Temple Grandin racconta il mondo degli autistici. E anche una sua invenzione

Sembra una banale foto da un album di famiglia, ma, per le circostanze, è tra gli scatti più belli che abbiano mai impressionato una pellicola. Ritrae un bambino con un paio di cuffie stereo in testa. Negli occhi, sulle labbra, in tutto il viso, i segni di una stupefazione totale. Un’immagine in bianco e nero, poiché risale agli anni del Dopoguerra. Fu in quel periodo che lo sviluppo degli apparecchi acustici conobbe un’accelerazione così forte da permettere a un fotografo di immortalare l'istante in cui un bambino sordo ha potuto finalmente ascoltare la propria voce registrata su nastro. Il momento in cui, per la prima volta, grazie a una macchina esterna, un essere umano con gravi problemi percettivi ha sentito se stesso. E chissà quali universi interiori si saranno aperti dinanzi a lui. Esce in questi giorni per Adelphi un libro che racconta la storia autobiografica di una sorpresa non troppo lontana da questa: La macchina degli abbracci di Temple Grandin (pag. 464, euro 30).
Accadde un giorno d'estate, verso la metà degli anni Sessanta. Temple - adolescente autistica - è in vacanza da una zia, in Arizona. A un certo punto, passando da un ranch, chiede di fermare l’automobile per osservare meglio una gabbia di contenimento che gli allevatori usano per tenere fermi i bovini. «Ero affascinata alla vista di quei grandi animali immobilizzati dentro la macchina», scrisse Temple a distanza di anni, ricordando quel pomeriggio. «Si potrebbe pensare che i bovini siano terrorizzati quando improvvisamente la grande struttura metallica si chiude su di loro; invece è proprio l'opposto: diventano calmissimi. Guardandoli tranquillizzarsi all’interno della gabbia, sentii che dovevo averne una tutta per me».
E Temple, l’autunno successivo, se la costruì. Con l’aiuto di un professore del «collegio speciale per ragazzi dotati e con problemi emotivi» (eufemismo scientificamente corretto per «autistici») dove studiava, Temple mise insieme, con un piccolo compressore e due fogli di compensato, una «macchina per gli abbracci». Carponi, stretta da quelle fredde braccia meccaniche, sentì che il suo corpo veniva rassicurato dal non dover interagire con un essere umano per godere del piacere di essere abbracciata. Quasi un paradosso, ma occorre ricordare che per un autistico un abbraccio umano non è altro che un sovraccarico sensoriale di impulsi contraddittori difficilmente dominabili. Temple sentì la sua mente che si acquietava e incominciava a lavorare in modo diverso, noi diremmo «più sano». Riconobbe se stessa come noi ci riconosciamo tutti i giorni. Questa macchina, e l’assidua compagnia dei cavalli nel maneggio della scuola, le fece superare l’adolescenza e, soprattutto, le permise di non rimanere intrappolata nella malattia e di realizzarsi - con successo pubblico ed economico - proprio attraverso di essa.
In quanto autistica Temple riusciva a capire gli animali e il loro modo di pensare come non può accadere alle persone normali. L’autismo, infatti, ha come caratteristica principale l’iperfocalizzarsi della mente sui dettagli, senza mai poterli percepire come parti di un tutto. È, a grandi linee, lo stesso modo di pensare di una rondine che «impara» un tragitto lunghissimo grazie alla memorizzazione di particolari isolati. Non a caso a queste «visioni» Temple Grandin ha dedicato Pensare in immagini (Centro Studi Erickson, pag. 240, euro 17,50), uno dei suoi libri più apprezzati dalla comunità scientifica, che in esso ha trovato una lucida, quasi scioccante descrizione dall’interno dei diversi aspetti dell’autismo: il disordine emotivo, i problemi sociali, ma anche i talenti che esso dona, come quello per la matematica. E la profonda empatia con gli animali, con cui gli autistici condividono il pensiero non verbale: «L’autismo - scrive Temple - è una sorta di stazione intermedia sulla via che porta dalle bestie all’uomo, il che pone le persone autistiche in una posizione perfetta per tradurre il “linguaggio animale” in linguaggio umano. Io riesco a spiegare agli esseri umani perché gli animali fanno ciò che fanno».
Forse per questo metà dei capi di bestiame allevati negli Stati Uniti e in Canada viene macellata all’interno di sistemi progettati da Temple Grandin in modo da ridurre al minimo le loro sofferenze. Solo lei - nel frattempo diventata professore di zoologia all’università del Colorado - poteva sapere come trattarli.