Le ragazze ribelli di Teheran tutte sesso, droga e rock ’n’ roll

Le notti della capitale sono abitate da giovani sexy senza velo e tossici a caccia di dosi. Il regime minaccia tolleranza zero. Con poche speranze

Gian Micalessin

da Teheran

Con Mahmoud Ahmadinejad doveva cambiare tutto. Nove mesi dopo Fereshe Street è assolutamente la stessa. La «strada degli angeli» si sveglia alle otto di sera. Ogni giovedì e ogni giornata prefestiva. Le prime auto e il loro piccolo mondo sono già lì. Girano e rigirano, scaldano i motori, provano gli stereo. Ragazze coperte e curiose. Ragazze scese solo per vedere. Ragazze sfrontate. Chiome bionde, foulard appoggiati alla nuca, unghie tinte pronte ad ammainare i finestrini, anime decise a giocare. Bulli di periferia scesi a Teheran, rottami scassati e barbette islamiche ancora in linea. Tamarri squattrinati, ma vogliosi di scoprire. Fighetti di Teheran nord arroccati sui sedili di jeep fiammanti, con subwoofer vibranti di note elettroniche e un rifugio pronto per le prede. Più tardi. Ora bisogna giocare. E per chi non ha ancora coraggio, o se lo deve dare, vigilano i signori della dose, i pusher della pasticca o dell'iniezione a buon mercato. Una cialda d'ecstasy turca a 50 mila ryal, poco più di cinque dollari. Un buco d'ero afghana per qualcosa di più. Vigilano da lontano parcheggiati agli angoli, con le provviste pronte per il ricco mercato. La droga gira ovunque. Due milioni di tossicodipendenti per 72 milioni di abitanti recitano le cifre impietose del governo. Non sguazzano tutti nella "via degli angeli", ma per l'ecstasy questa è l' autostrada.
Ogni sacro venerdì di preghiera qui si raccoglieranno fanali rotti, siringhe buttate, rottami ammaccati. I postumi della grande sbornia, del grande inarrestabile listone motorizzato. «Aspettiamo, guardiamo e se qualcuno ci piace si può anche andar via assieme. no?» ridacchiano sguaiate Mariam e la sua amica. Hanno nasi rifatti e pochi problemi. Mariam scorazza con la Peugeot alla moda. L'hijab, il costume islamico, non sa neppure cosa sia. Il velo copricapo è un ritaglio rossiccio, una foglia d'autunno su un crocchio di capelli tinti. La tunica contiene appena il seno, scivola sui fianchi, s'appoggia sulle rotondità del sedere mentre i tacchi trampolino toccano terra e mani inanellate aggiustano pieghe di pantaloni avvinghiati alla coscia. L'altra sorride e fuma, Mariam ti sfida «siete venuti per vedere o per divertirvi?». Certo il povero presidente Ahmadinejad che ogni sabato mattina si sciroppa ore d'aereo verso le province più remote del paese per ascoltare poveri e diseredati non ha tempo per la strada degli angeli bastardi. Ma suoi fedelissimi sì. I giovani Hezbollah che la chiuderebbero a colpi di spranga e frusta. I bassiji, i volontari della rivoluzione che manderebbero volentieri la «gioventù malata» ad un corso di rieducazione. I deputati conservatori che dominano il parlamento, ma da ottobre non riescono a varare una legge capace di restaurare l'integrità del costume femminile.
Certo Fereshe street non è tutta Teheran. E tantomeno l'intero Iran. Ma sotto quella punta d'iceberg della depravazione vibra sicuramente un mondo che ha poco a che spartire con gli austeri costumi del presidente e i rigorosi precetti della Repubblica Islamica. I duri e puri la bollano come westoxication, un intossicazione occidentale che annacqua, scolora, consuma quell'hijab simbolo e immagine della proba donna islamica. Ma lui il presidente pasdaran che da sindaco ripartiva uffici e ascensori tra maschi e femmine esita, tentenna, rinvia. E non per eccesso di moderazione. Piuttosto perché, sopra di lui, Alì Khamenei, erede dell'Imam Khomeini e guida suprema del paese, ha già decretato. Per il grande vecchio la metà femminile e i giovani, quei due terzi della popolazione confusi tra agnosticismo e ribellione dei vent'anni, vanno tenuti buoni con una soluzione cinese. «La chiamano proprio così soluzione cinese - spiega Said Leylaz un giornalista ed analista economico 43enne che fa impazzire i nuovi restauratori - ma invece di far decollare l'economia come a Pechino qui s'accontentano di non vedere. Fino ad oggi sono riusciti a contenere la voglia di ribellione, ma ora devono fare i conti con i duri e puri, con quelli che votando Ahmadinejad sognavano di risvegliarsi in una nuova rivoluzione».
Loro i duri più duri da settimane protestano davanti al parlamento. Mohammed Reza Bahonar, vice presidente dell'assemblea apre loro le porte e promette che i deputati «ritroveranno la via del profeta». Fatemeh Rahbar presidente della commissione culturale giura di aver messo la restaurazione dell'hijab in cima all'agenda. Altri deputati vogliono estirpare la mala pianta a proibendo la vendita di vestiti scostumati e multando i negozianti. Ma l'unico pronto ad agire è il capo della polizia di Teheran Morfema Talai. Lui per estirpare il peccato ha cinquanta volanti e falangi d'agenti pronte «a combattere veli cadenti, caviglie nude, vestiti attillati, camminate sospette». Davanti a tanto zelo il ministro della giustizia Kamal Karimi Rad promette dieci giorni di carcere per ogni ciocca «fuori velo» più lunga delle quattro dita regolamentari. Ma cinque euro di multa, ricorda, cancelleranno ogni pena. La grande crociata scatterà a giorni, ma a Teheran tutti giurano che Morfema Talai e le sue falangi anti vizio si scoraggeranno assai presto. Forse ancor prima degli ultimi acquazzoni di primavera.