Ragazzi in bilico tra italiano e lingua madre

Negli ultimi mesi un forte dibattito sta attraversando l’Europa: quello della lingua madre. Anche l’Italia non è al riparo da questa «marea» che permette a chiunque di dire la propria in attesa di una normativa che fissi i termini della questione. A qualche giorno dalla riapertura delle scuole, sembra giusto porsi la seguente domanda: qual è la migliore lingua per i bambini stranieri?
Dando per scontato che l’italiano è la lingua che accomuna tutti, possiamo dire che è tuttavia ingiusto obbligare un ragazzo a dimenticare le sue origini culturali. La seconda considerazione è quella di leggere una lingua come uno strumento di comunicazione, di scambio, di solidarietà e di intelligenza. Tra la lingua dei genitori e quella della terra di adozione, quale parlare? Spesso dipende da famiglia a famiglia o forse anche da nazione a nazione.
Per i ragazzi presenti in Italia, l’italiano diventa quasi d’obbligo la lingua della comunicazione fuori e dentro casa, tanto che i genitori si devono adeguare. Molti si sentono italiani ma anche cinesi, marocchini, congolesi, peruviani e così via. Dentro di loro c’è un mondo che nessuna barriera linguistica può ostacolare. «Non parlo l’arabo, ma lo capisco -, sostiene Hassan, 16 anni, semplicemente Sanna per gli amici -. Sono nato a Milano e, fino all’età di nove anni, ho vissuto con mia madre prima che ci raggiungesse mio padre. Mia madre era circondata dalle assistenti sociali che mi hanno fatto da tata, quindi per me l’italiano è la mia prima lingua, poi negli ultimi anni ho imparato di più l’arabo. Mi piace la musicalità di questa lingua così diversa. Comunque non è semplice». Come Hassan, tanti altri ragazzi vivono lo stesso dilemma.
I tempi cambiano e i figli della terza generazione di immigrati perdono molto della lingua dei nonni, i problemi non stanno solo nell’esprimersi ma anche nel come porsi di fronte alla cultura di origine rispetto a quella acquisita. È quindi doveroso aiutarli a trovare il giusto equilibrio.