"Ragazzi, la nuova moda è scegliere il matrimonio"

Federico Moccia, lo scrittore degli amori giovanili, si lancia in un’altra crociata: &quot;Vorrei dare un messaggio positivo: sposarsi non è una galera&quot;. <em>Scusa, ma ti voglio sposare</em> è il sequel di <em>Scusa, ma ti chiamo amore</em>

Roma - «Ma chi l’ha detto che il matrimonio è la tomba dell’amore? Tutto il contrario! E lo dimostrerò con un film, che rilancerà questa bella consuetudine tra i giovani: un po’ come con la vita bassa o i jeans stracciati, amare oppure odiare il matrimonio è solo una questione di mode», spiega Federico Moccia, da due giorni sul set del suo film Scusa, ma ti voglio sposare, prodotto da Medusa e da Arella Film. Si tratta del sequel del fortunato Scusa, ma ti chiamo amore, che dopo aver incassato 12 milioni e mezzo al botteghino, fa ancora testo (anche in senso fisico, perché ne venne fuori un libro, dedicato agli adolescenti romantici). Questa volta, però, sebbene la squadra vincente non sia cambiata (a parte la novità di Andrea Montovoli, visto in tv, a Ballando con le stelle) e presenti sempre il maturo pubblicitario Alex (ossia Raoul Bova, qui quarantenne) innamorato perso della giovanissima studentessa Niki (Michela Quattrociocche, oramai ventunenne e in grado di emanciparsi dalla famiglia, convolando a nozze), le dinamiche narrative convergeranno su un nucleo fiammeggiante: sposarsi è giovane.

Intanto, lo scrittore di Tre metri sopra il cielo, il navigato amico dei teenager, provvisti di lucchetto dell’amore (però, a Ponte Milvio, questa mania gliel'hanno fatta passare a suon di tronchesi), insomma il prolifico Moccia (qui pure sceneggiatore, con Luca Infascelli e Chiara Barzini), vola in motorino, spostandosi da una location all’altra.

Ieri la troupe si trovava a San Giovanni, nel popolare quartiere romano dov’è la mitica Via Sannio, ovvero il mercato dell’usato, gettonato dai ricchi (alquanti) e dai poveri (sempre di più, data la crisi nera). E dove, in cima a un bell’attico con affaccio sul brulichio degli affarucci, Niki conoscerà la tentazione del tradimento (con Montovoli).

Caro Federico Moccia, l’anello fa il matrimonio, però gli anelli fanno le catene. O no?
«Stavolta voglio dare ai giovani un messaggio: il matrimonio è un cammino permanente. Il matrimonio è un appoggio. E un compagno di viaggio. Dopo tre anni, Alex capisce che è lei, Niki, la donna che vuole sposare. Perché i giovani comprendano, assieme a lui, che il matrimonio può essere visto come una luce».

Ma parla come un catecumeno! Che le è successo?
«È che mi piacerebbe trasmettere, con questo nuovo film, la voglia di costruire. Un messaggio positivo, finalmente. Ci sono mode, che vengono sposate, o rifiutate. Come il pantalone largo, la vita bassa, il pancino di fuori. Magari, siamo condizionati dall’esperienza dei nostri genitori, in fatto di matrimonio. E questo è sbagliato».

Nelle generazioni precedenti il matrimonio era vissuto come una galera?
«Certo, se la gente si sposava a 23-24 anni, poi, arrivata ai quaranta, era lessa, ovvio! Il fatto è che non bisogna vivere la chiesa, il prete, lo sposalizio, come una semplice convenzione. Ma come una festa».

Nel suo film ci sarà la festa, all’altare?
«Certo! Ci saranno molte sorprese: a partire dal fatto che lui invita lei a Parigi, per chiederle la mano all’ombra della Tour Eiffel. Al faro, nel film precedente, i due protagonisti s’erano promessi eterno amore. Ora, è giunto il momento delle verifiche. La cerimonia delle nozze sarà un’autentica festa, senza i tremori della sposa, o le ansie dello sposo, che arriva in ritardo. Solo gioia e divertimento all’altare. Con gli amici, che arrivano a sorpresa».

Però lei, prima delle nozze, cede alla tentazione di tradire lui. Non c’è contraddizione?
«No, perché Niki, nel periodo che precede il matrimonio, viene assalita da dubbi e paure. Sublimate in un flirt, che non mette in pericolo la coppia, anzi. Anche Alex, del resto, nel film precedente l’aveva tradita. Non si tratta di una vendetta, però: è solo un’altra specie di amore».

Ha trovato cambiati Raoul Bova e Michela Quattrociocche, rispetto a Scusa, ma ti chiamo amore?
«Sono entrambi più ponderati. Raoul, si sa, è un mostro di bravura e l'avanzare dell’età gli aggiunge fascino ed esperienza. Michela è diventata una donna, da ragazzina che era. Più posata, più responsabile. Lavorare con loro, ormai, per me è andare sul velluto».