Ragazzo disabile vaga per Roma su un autobus

In questi giorni d’estate sugli autobus succede e si vede di tutto. Come nel caso della bambina di tre anni che, alla vigilia di Ferragosto, era stata lasciata dai genitori sull’autobus e, grazie all’attenzione del conducente del 64, portata in caserma è stata riconsegnata ai suoi sbadati genitori.
Ma, forse, una situazione come quella capitata martedì sera a Gianni Mazzocco, conducente della linea 46, non si era ancora sentita. Intorno alle 20 l’autista nota a bordo della vettura un ragazzo piuttosto giovane, 12-13 anni, da solo. Ma fin qui, la situazione potrebbe, ancora, rientrare in una casistica normale. Il ragazzo però è disabile e apparentemente confuso, smarrito. L’adolescente si avvicina all’autista e, contravvenendo alla regola classica del «non parlare al conducente», gli porge una domanda piuttosto imprevista, un consiglio su un albergo dove trascorrere la notte. Il ragazzo giustifica la richiesta spiegando di non voler tornare a dormire a casa. L’atteggiamento e la richiesta di Emanuele, questo il nome dell’adolescente, insospettiscono il conducente che cerca di instaurare un dialogo con lui.
Inizia così una chiacchierata tra Emanuele e Gianni. Il ragazzo almeno dall’aspetto sembra di buona famiglia, vestito bene con abiti puliti e in ordine. Ma qualcosa nel suo comportamento insospettisce il conducente: sembra molto confuso e dimostra visibilmente di soffrire di difficoltà comportamentali. Guarda spesso nel vuoto, perde il filo del discorso e si contraddice spesso tra un’affermazione e l’altra. In un primo tempo, Emanuele racconta di dormire abitualmente fuori casa, poi invece dichiara di essere diretto a Monte Mario dove abita, secondo quanto afferma, la nonna. Incalzato dall’autista, curioso di sapere come mai i genitori non fossero con lui, risponde che si trovano fuori città per lavoro. A quel punto la situazione complessiva è chiara a Gianni, e decide tempestivamente di contattare tramite il cellulare di bordo la centrale operativa Trambus per notificare la situazione. L’azienda si fa carico di chiamare immediatamente la Polizia, chiedendo agli agenti di farsi trovare al capolinea del 46 a via Paola, vicino Castel Sant’Angelo. Il ragazzo ha capito che ad attenderlo ci sono gli agenti di Polizia e in preda al panico si rivolge a Gianni «Noi siamo amici, perché mi hai fatto questo?». Il conducente cerca di calmare il ragazzo spiegandogli che anche i poliziotti sono suoi amici. La vicenda si risolve con un lieto fine. Gianni, ancora in servizio, viene avvertito tramite la radio di bordo che gli agenti ai quali è stato riconsegnato il ragazzo hanno contattato la famiglia di Emanuele.