Raggi, trionfo al primo round Sfiderà Giachetti o Meloni

La grillina vola negli exit poll col 36% mentre per il secondo posto è testa a testa fra il deputato democratico e la leader di Fdi, entrambi sul 20%. Marchini intorno al 15%

U na corsa con l'handicap, quella per il Campidoglio. Con la grillina Virginia Raggi in pole position a seguire lo spoglio dei risultati nel comitato elettorale in zona Ostiense, dove i primi exit poll che l'accreditano fino al 36 per cento vengono accolti con un boato di gioia. Il pidino Roberto Giachetti a cercare fino all'ultimo di riportare al voto vecchi amici e sodali, per una rincorsa che secondo le proiezioni dei sondaggisti si ferma poco sopra il 20 per cento. E il centrodestra che, pur contando su due candidati di migliore levatura, Giorgia Meloni e Alfio Marchini, ancora una volta è costretto a un esame di coscienza per l'autolesionistica dispersione di forze. La prima arriva al massimo al 20 per cento, il secondo tra il 10 e il 15. Mai come stavolta, con il Pd al minimo storico, c'era però la possibilità di arrivare a contendere a M5S primato e sindaco.

Elezioni nate male, queste romane. Sulla scorta dell'inchiesta devastante sui traffici di Mafia capitale e sulla crisi del partito-cardine della politica romana, il Pd, testimoniata anche da una sconvolgente inchiesta interna, affidata a Fabrizio Barca, e quindi subito insabbiata dal presidente (e commissario romano) del partito, Matteo Orfini. Elezioni anticipate in seguito all'operazione di «ripudio» del sindaco pidino ma marziano, Ignazio Marino, da parte di Matteo Renzi e dei suoi fedeli: un avvicendamento, nella mappa genetica del partitone erede del Pci e della Dc, su cui poco s'è detto ma che molto influirà sui risultati. Le filiere del potere che ha dominato su Roma per decenni, abbattute e depresse fino alla campagna elettorale dello sbiadito candidato renziano Giachetti, si sono via via ringalluzzite. Fino a poter pensare all'arrivo dell'ex radicale a un ballottaggio che poche settimane fa sembrava impossibile.

Molto ha contato, certo, l'impegno diretto del presidente del Consiglio, che non è venuto mai meno e che s'è basato anche sull'intelligente spostamento di prospettiva dalle elezioni amministrative al voto su se stesso, e dunque sul referendum di ottobre alle riforme. Così Renzi ha pensato di giocare il tutto per tutto in un doppio round, con un cambio di strategia ulteriore negli ultimi giorni, ben individuato dal capogruppo azzurro alla Camera, Renato Brunetta. «Adesso il duo Renzi-Boschi è passato alla fase terroristica. Fino a ieri magnificavano i presunti vantaggi dell'inesistente taglio delle poltrone contenuto nella schiforma. Oggi, non contenti delle balle già raccontate, passano alla strategia della tensione: chi sostiene il no mira all'instabilità». Al punto che il professore D'Alimonte, in verità finora distintosi soprattutto in qualità di «zio» del pessimo Italicum e dell'orrida riforma Boschi e Compagni, è arrivato a dire senza vergognarsene che «una Ren-xit sarebbe peggio della Brexit per la Ue».

La grancassa è così proseguita anche nella domenica del voto, come lamentava ieri pomeriggio l'eurocapogruppo di Forza Italia, Elisabetta Gardini a proposito delle esternazioni dei ministri Boschi e Poletti. Ma non solo. Anche Renzi ha scelto ieri per recarsi al ritiro di Coverciano e salutare gli azzurri in partenza per gli Europei di calcio, così da poter contare su servizi tv a costo zero su ogni tg. Il tutto ovviamente condito da selfie e post su Facebook (persino sul successo della «domenica dei musei e della cultura» che il premier non mancava di ascrivere a proprio merito e imperitura memoria).