La ragnatela della crisi che intrappola il mondo

Ma insomma, di chi è la vera colpa della crisi economica che sta dissanguando le Borse e gli investimenti degli italiani? Ed è proprio vero che quando crollano le Borse nessuno ci guadagna? Le risposta sono in due instant book. Uno è un indispensabile vademecum che va bene in qualsiasi stagione economica, l’altro è un j’accuse durissimo alle società di rating.
Consigli per gli acquisti. I nostri soldi (Sperling&Kupfer, pp 240, euro 18), scritto da Sandro Vita, con la prefazione di Ennio Doris (numero uno di Mediolanum) ha l’ambizione (riuscita) di cancellare i luoghi comuni della crisi, in primis le tre streghe che affollano gli incubi dei risparmiatori: ansia, panico, depressione. La dinamica della Borsa, spiega l’autore, è semplicissima: se c’è qualcuno che vende, altri acquistano. E quando tutti vendono, come in queste settimane, chi compra? E perché? E soprattutto: è più pazzo chi vende un titolo che crolla, o chi acquista a poco un titolo che rischia di valere zero? Quando è l’ansia che governa i nostri investimenti - spiega Vita - quando svendiamo perché così fan tutti, ignoriamo la realtà intrinseca della negoziazione. Chi perde fa guadagnare qualcuno. La cosa migliore da fare è, allora, «cogliere le occasioni che il mercato offre, diversificare il portafoglio di investimenti, fare delle scelte indipendentemente dalle previsioni di certi esperti». E oggi, mentre «i tremebondi stanno alla finestra», per dirla con André Kostolany, sembra essere il più propizio per investire. Vita spiega anche come e quanto pesa l’effetto combinato di tempo e rendimento sulle aspettative di guadagno dell’investitore. E di come sia più importante lasciare fare al mercato piuttosto che cercare di capirne i tempi.
Processo al rating. Ma se il mercato è crollato, e se l’ansia da panic selling ha colpito anche il più irriducibile dei cassettisti, la colpa sarà pur di qualcuno. Per Pierangelo Dacrema e il suo libro La crisi della fiducia. Le colpe del rating nel crollo della finanza globale (Etas, pp.134, euro 14) sul banco degli imputati ci devono stare Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch: le tre agenzie di rating che contano a livello planetario, i tre mostri sacri dei «giudizi» che hanno spolverato le loro doppie e triple «A» in modo fin troppo benevolo, accreditando una marea di titoli dal contenuto indecifrabile, prodotti di una finanza strutturata fondata sulla più sfrenata ingegneria finanziaria, e che oggi circolano ancora con il loro carico «tossico». Da preziosa patente il rating è diventato il vero catalizzatore della crisi, la cartina di tornasole della sua gravità, il vizio d’origine del virus che ha contaminato i primi pozzi dell’economia reale, allargandosi a tutte le fonti di liquidità del sistema. Il rating, e il lettore lo scoprirà facilmente, era ed è solo un’opinione. Ma può una pagella creare il caos? Evidentemente sì. Prima è esplosa a New York, e all’inizio a molti è sembrata solo una guerra di cifre tutta virtuale. E i famigerati mutui subprime, inventati per alimentare i consumi e offrire una casa alle classi meno abbienti (fine di per sé sacrosanto), sono diventati un’alchimia contabile che attribuiva al denaro capacità taumaturgiche.
Da quella ragnatela di cifre e voti sono rimasti intrappolati tutti, dai singoli investitori Usa ai grandi operatori. Il morso del ragno è stato talmente choccante da traumatizzare indici, Borse e listini e da fabbricare milioni di disoccupati. Perché, ragiona Dacrema, la crisi da finanziaria si è abbattuta sui consumi «veri», sui gesti quotidiani. Ed è da lì che si può, anzi si deve ripartire.
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