La Rai apre l’ufficio «spie» per scoprire truffe e corruzione

Chi l’ha letta ci ha capito poco, ma una cosa è certa: in Rai c’è un clima da caccia alle streghe. Tutto è iniziato dopo una lettera riservata ai dipendenti Rai datata 17 novembre, il cui contenuto è oggettivamente complesso: si parla di «modelli organizzativi» e «prevenzione dei reati», ma soprattutto della possibilità, anzi dell’obbligo di fare «soffiate» su colleghi beccati a fare qualcosa di losco al neonato Organismo di vigilanza Rai che assomiglia tanto a un Ufficio delazioni.
Di che stiamo parlando? Di una comunicazione arrivata ai dipendenti Rai nella quale si parla della cosiddetta legge 231 del 2001. Una norma nata per estendere alle persone giuridiche (come una società) la responsabilità penale di un reato commesso da una persona fisica e dunque accusare anche l’azienda di non aver vigilato su un suo dirigente o dipendente. Per evitare di finire sotto processo le società devono darsi dei cosiddetti «modelli organizzativi» che impediscano sul nascere (in teoria) la possibilità per un dipendente o dirigente di commettere un reato. Parliamo di truffa ai danni dello Stato o di un ente pubblico come la Rai, false comunicazioni sociali, aggiotaggio, frodi informatiche, corruzione, concussione e in generale di tutti i reati contro la persona.
E qui si torna alla lettera. La Rai ha deciso di dotarsi di questi «modelli organizzativi»: il compito di vigilare sui dipendenti spetta ai «direttori di primo e secondo riporto», che da qualche settimana hanno dunque l’obbligo di osservare e far osservare la legge. Il loro è l’incarico più difficile, ed è già partito anche un corso di formazione multimediale. Per gli altri sono disponibili una serie infinita di «protocolli attuativi» tutti da studiare avidamente. Ma, c’è un ma.
Nessuno è esentato dalla possibilità di fare delle segnalazioni, rigorosamente anonime, anzi le delazioni sono richieste e ben accette. In realtà la lettera - che nei corridoi di Viale Mazzini sta già facendo animatamente discutere - parla di «dovere di segnalare all’Organismo di vigilanza le ipotesi di reato» o «la violazione nelle procedure previste dai modelli organizzativi». Un bel guaio. Anche perché una volta adottati, i cosiddetti «modelli organizzativi» devono funzionare alla lettera, o l’azienda rischia grossissimo.
Perché, come prevede la legge, la sanzione oltre che al «reo» va applicata anche ai soggetti che rivestono «funzioni di rappresentanza, amministrazione, direzione dell’ente o di una sua unità organizzativa, dotata di autonomia finanziaria funzionale», ai soggetti sottoposti «alla direzione o alla vigilanza di rappresentanti e figure apicali» e infine ai soggetti che «esercitano di fatto la gestione e il controllo dell’ente».
Insomma, se un dipendente Rai commette un reato «nell’interesse dell’azienda», la Rai è colpevole a meno che non dimostri che il dipendente abbia eluso il famoso «modello organizzativo» in modo fraudolento e che la vigilanza sui dipendenti attraverso il famigerato Organismo di vigilanza sia stata sufficiente. Insomma, un bel pasticcio.
Il problema vero è la segnalazione all’ufficio. In Rai qualcuno dice che la «misura è colma, siamo alla delazione» e che «mai come in questo momento i sindacati interni sono uniti». Contro chi? Contro il direttore generale Mauro Masi che nel 2007, come scrive l’Unità, è stato direttore Odv dell’Istituto Luce. L’Organismo di vigilanza esiste dal 2001 (anno di entrata in vigore della legge) ma finora non è mai entrato in funzione. Adesso, grazie a Masi, ha anche un indirizzo e-mail che a qualcuno ricorda l’Ovra, la polizia segreta del fascismo: odvrai@rai.it.