Rai, caos per i veti incrociati Le ultime carte di Minzolini

Braccio di ferro per sostituire il direttore imputato di peculato: no di Pd e Udc a Maccari, candidato del dg Lei. Oggi in Cda si tenta l’accordo in extremis

A poche ore dal Cda chiamato a decidere sulla testa di Augusto Minzolini, regna ancora il caos. Sembra che il dg Lorenza Lei abbia fatto i conti senza l’oste, che in questo caso sono i voti del Consiglio d’amministrazione. Quelli che vogliono cacciare il direttore del Tg1 (i consiglieri del Pd e quello dell’Udc) non sono d’accordo con il nome sostitutivo messo sul piatto dal dg, cioè l’interim dell’attuale capo della TgR Alberto Maccari. Rizzo Nervo, combattivo consigliere piddino, è pronto a dimettersi per non far passare il pensionando Maccari (la scusa è che sarebbe un direttore a tempo, la verità è che vogliono un sostituto più terzista), il presidente Rai Garimberti (anche lui Pd) minaccia altrettanto se il Cda non silurerà Minzolini, mentre tre voti pro Minzolini sembrano certi (Verro, Bianchi Clerici e Petroni). Un pastrocchio mai visto. Le incognite sono due Pdl, Rositani (più orientato a difendere Minzo) e soprattutto Alessio Gorla, orientato invece a seguire gli ordini della Lei, quindi contro le indicazioni del suo partito. Ma perché? A Viale Mazzini i rumors parlano di un conflitto di interessi familiari che imbarazzerebbe il berlusconiano Gorla, manager dal lunghissimo curriculum televisivo. La moglie, Daniela Schiapparelli, lavorerebbe come casting director per Rai Fiction, divisione sotto il controllo della direzione generale. Un veleno e basta, tra i molti che circolano in queste ore. Insomma il caos regna in un’azienda che funziona in un modo curioso, dove per esempio il sindacato dei giornalisti Rai (Usigrai) si batte non per difendere il giornalista Rai Minzolini, ma per farlo rimuovere (come se la Fiom sostenesse il licenziamento di un operaio di Termini Imerese...).

Lo scontro politico (terzo polo montista contro vecchia maggioranza) prende la forma di disputa legale, in punta di codicillo. I vertici (Lei-Garimberti) schierano i pareri di tre studi superbig (Severino, Pessi, Bonelli), che motivano l’automatismo della rimozione in base ad una legge del 2001 sulle società a capitale pubblico. Ma il direttore del Tg1 schiera i suoi professori di diritto, gli avvocati Federico Tedeschini e Franco Coppi (già difensore di Giulio Andreotti e poi di Sabrina Misseri), che ricostruiscono la vicenda della carta Visa (data a Minzolini per compensare una riduzione del compenso rispetto al predecessore Riotta e la rinuncia alle collaborazioni con Panorama) e soprattutto la questione del presunto «obbligo» della Rai di rimuoverlo dopo il rinvio a giudizio. La legge è chiara se si applica ad un ente pubblico e ad impiegati o funzionari pubblici, molto meno se applicata ad una figura come il direttore di un tg. Dice infatti la norma che l’amministrazione «trasferisce» il dipendente «ad un ufficio diverso», ma che dev’essere corrispondente «per inquadramento, mansioni e prospettiva di carriera». E che altra mansione equivale in Rai, secondo questi parametri, alla direzione del Tg1? Non certo la corrispondenza da una sede estera, dove la Lei vorrebbe spedire Minzolini. Dunque, c’è ampia materia per contendere in tribunale. E un ricorso del direttore del Tg1 avrebbe chances di essere vincente.

Dunque il cda di oggi ha una bella gatta da pelare. La Lei porterà una sola delibera (rimozione più nomina) e non due distinte, cosa che complica ancora di più la faccenda, perché i consiglieri su fronti opposti saranno costretti a votare allo stesso modo. Si tenterà un accordo in extremis, all’ultimo momento, ma sembra difficile accontentare il centro-sinistra che spinge per Massimo Franco (Corriere) e Mario Orfeo (ex Tg2, ora Messaggero). A meno di un’implosione drammatica: salta tutto il Cda, così Monti può vestire di sobrio loden anche la Rai. P.S. Qualcuno sa che fine ha fatto Zavoli, presidente della Vigilanza?