Rai, il caso Lasorella lo insegna: ora le spintarelle si danno in pubblico

Caro Direttore, con divertito stupore ho letto che 43 Senatori della Repubblica, di area veltroniana, hanno rivolto un’interpellanza ai ministri dell’Economia e delle Comunicazioni per sapere perché la giornalista Carmen Lasorella sia poco valorizzata dalla Rai. In altre parole vogliono sapere perché non appare più su nessuno dei tre principali canali della Rai e sia costretta a lavorare, e solo di tanto in tanto, per i meno ambiti canali satellitari. Ti confesso che la mia prima reazione è stata superficiale e qualunquista. Mi sono detto: «Ma è possibile che con tutti i problemi che assillano il nostro Paese i parlamentari non abbiano altro da fare che occuparsi delle giornaliste che vanno o non vanno in video!».
Poi però ho riflettuto e sono giunto alla conclusione che un intervento così massiccio del Parlamento su temi che dovrebbero essere di competenza dei direttori di reti e testate si presta a considerazioni meno banali e scontate. E può anche essere interpretato come un salto di qualità nella pratica di un vizio antico: la tendenza di una certa parte politica a considerare «cosa nostra» il servizio pubblico anche quando non sono in gioco grandi interessi ma solo questioni piccine piccine. Il caso Lasorella è molto diverso dai casi Santoro e Luttazzi. Loro erano schierati da una parte politica ben precisa, lei ha invece una biografia ondeggiante. Nel 1996, quando vinse il centrosinistra, ebbe un ruolo non secondario nella convention dell’Ulivo da cui prese le distanze nel 2001, quando vinse il centrodestra, per iniziare una marcia di avvicinamento verso la Casa delle Libertà stoppata dall’allora ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri, con il risultato di indurla a tornare sui suoi passi.
Difficile quindi ipotizzare che il suo allontanamento dal video sia dovuto a simpatie per l’attuale opposizione come avviene spesso in Rai. Non entro nel merito delle ragioni che spingono una collega a sentirsi emarginata a tal punto da chiedere il soccorso del Parlamento e l’intervento del Governo. Posso solo osservare che tra i giornalisti la sensazione di non essere abbastanza valorizzati dai propri direttori è una sindrome molto diffusa. La novità è un’altra. E sta nel metodo del tutto privo di inibizioni scelto dai politici per aiutare una collega che a torto o a ragione si ritiene non adeguatamente utilizzata. Una volta i politici che volevano aiutare un giornalista del servizio pubblico ad acquisire spazio (o potere) seguivano due strade: o lo inserivano nel pacchetto di lottizzati spettante alla propria area politica oppure ricorrevano alla tradizionale raccomandazione, detta anche spintarella dall’alto.
Ed entrambe le operazioni, benché frequenti, venivano fatte segretamente, lontano da sguardi indiscreti poiché è chiaro che non è compito della politica occuparsi dell’utilizzazione del personale giornalistico. Soprattutto la raccomandazione avveniva secondo rituali che rivelavano un certo imbarazzo e ricorrendo ad un linguaggio criptato. Un direttore di telegiornale racconta che il modo più frequente usato dai politici per raccomandare questo o quel giornalista è di tesserne gli elogi per poi concludere: «Peccato che lo vediamo così poco».
In questo modo non c’è la richiesta esplicita, ma il messaggio è chiaro. A queste due strade, tuttora praticate abbondantemente, se n’è ora aggiunta un’altra: l’interpellanza parlamentare, l’intervento alla luce del sole. E tutto fa pensare che non sia un fatto sporadico, una bizzarria, un incidente di percorso, ma una scelta ben meditata, appunto un salto di qualità perché l’interpellanza è firmata, come si diceva, da ben 43 senatori e rivolta a ben due ministri della Repubblica. Formalmente i firmatari chiedono solo di conoscere i motivi per cui Carmen Lasorella, pur avendo il grado di vicedirettore ad personam e relativo stipendio, appaia così poco. Ma in realtà chiedono un’altra cosa: che a Carmen Lasorella sia affidato un incarico importante o un programma sui canali che contano e magari in prima serata. Non è facile capire in base a quali criteri i firmatari si arroghino il diritto di intervenire e non più di nascosto, ma apertamente, su decisioni che spettano solo a direttori di reti e testate. È facile invece immaginare cosa succederà se l’interpellanza otterrà l’effetto voluto. Qualsiasi giornalista del servizio pubblico che si ritenga emarginato o ingiustamente escluso dal video, si sentirà autorizzato a rivolgersi al Senato della Repubblica che dovrà occuparsene nonostante i grandi problemi che assillano il nostro Paese.