Rai, colpo di mano di Prodi La tv di Stato diventa rossa

Ribaltone nel Cda: Padoa-Schioppa sostituisce Petroni con Fabiani Prodi: no alle polemiche. La sfida del manager: sono super partes.<strong><a href="/a.pic1?ID=205185" target="_blank"> La Cdl insorge. E Napolitano telefona a Bondi</a></strong>

Roma - L’Unione sceglie la linea dura. E nell’occupazione politica della Rai, decide di procedere con i mezzi pesanti e senza lasciare sul campo prigionieri. La procedura ha del clamoroso. Tommaso Padoa-Schioppa, infatti, non soltanto concede il via libera alla rimozione forzata del consigliere di amministrazione Angelo Maria Petroni: un’azione di forza spregiudicata che rischia di essere ribaltata in sede giuridica ed espone la Rai al rischio di pesanti risarcimenti. Ma, al contrario delle previsioni di coloro che si attendevano una nomina di basso profilo e dalle caratteristiche il meno possibile di parte, gioca la carta più scoperta: quella di Fabiano Fabiani.

È lui il consigliere designato dal ministero dell’Economia per sostituire Petroni nel cda della Rai. Una proposta puntualmente accolta dall’assemblea dei soci. Una scelta che tutto il centrodestra legge come un gesto di arroganza, come un vero e proprio schiaffo al dialogo, visto che il manager è targato politicamente in maniera nettissima, avendo un’amicizia e una frequentazione di vecchia data con Romano Prodi ed essendosi avvicinato, in tempi più recenti, a Walter Veltroni. Ma Fabiani respinge con forza l’etichetta di uomo di parte: «Sono un consigliere indipendente. Ho le mie idee, come tutti, ma come consigliere prenderò ogni decisione nell’interesse dell’azienda».

Lo stesso presidente del Consiglio aveva fatto il suo nome nel momento in cui si era trattato di nominare il presidente della Rai. E ieri il premier ha espresso «vivo apprezzamento per la nomina di Fabiani, che non può essere materia per il contendere politico». Ma a questo punto la situazione in Rai rischia di diventare pesantissima. I consiglieri vicini al centrodestra devono ancora concertare una strategia comune e non sono escluse dimissioni di massa, anche se Giuliano Urbani fa notare che «esiste il rischio, vista l’arroganza dimostrata dall’Unione, che una mossa del genere possa rivelarsi un boomerang».

Così come si attende il giudizio di merito del Consiglio di Stato sul ricorso di Petroni che arriverà a novembre. Aria pesante anche in Vigilanza Rai dove oltre agli esponenti della Cdl, ovviamente sul piede di guerra e pronti a urlare la propria rabbia nell’audizione fissata per giovedì di Padoa-Schioppa, malumori si rincorrono anche nella maggioranza. Antonio Satta dell’Udeur dice che «sono state stravolte le regole» e «ora il governo dovrebbe sostituire l’intero cda. Se non rispettiamo le regole è la fine». E mentre il ministro Gentiloni dice che «si è applicata la legge» Egidio Pedrini, dell’Idv, rincara la dose: «Grave atto di arroganza istituzionale da parte di Padoa-Schioppa. Mi auguro che Bertinotti, Marini e Prodi intervengano subito».

Il clima, insomma appare tutt’altro che rasserenato. E se nel centrodestra si fa notare come sia stato clamorosamente violentato lo spirito della legge Gasparri che puntava a una gestione condivisa del servizio pubblico e non a un «monocolore» - il centrosinistra ora controlla la maggioranza in consiglio, la presidenza e la direzione generale: praticamente un «cappotto» - dentro il centrosinistra si moltiplicano le perplessità. Il «debutto» a Viale Mazzini del neo-consigliere avverrà già domani, per una riunione del cda già prefissata. All’ordine del giorno ci sarà subito un tema «sensibile» e caldissimo: la nomina di nuovi direttori per le reti televisive. Sono tre le ipotesi in campo. La prima prevede la sostituzione del direttore di Rai Uno, Fabrizio Del Noce, con l’attuale vicedirettore generale Giancarlo Leone. Paolo Ruffini da Rai Tre si sposterebbe alla vicedirezione generale e Giovanni Minoli lo sostituirebbe nella ex Telekabul. La seconda ipotesi prevede la sostituzione secca di Del Noce con Ruffini, la terza l’avvento a Rai Uno di Antonio Caprarica. Ipotesi estreme che farebbero gridare il centrodestra, una volta di più, all’emergenza democratica. Ma che ora, dopo l’inaspettato colpo di mano di ieri, nessuno si sente davvero di escludere.