La Rai dell’Unione a tre società pubbliche

Nel suo progetto, il ministro dl affiderebbe la televisione di Stato a una Fondazione. Il no di Usigrai ed An: è un impianto barocco

da Roma

Due reti finanziate dal canone, una sostenuta soltanto dalla pubblicità ma sempre pubblica. Niente privatizzazione dell’azienda che invece si scorpora in tre società diverse controllate non più dal ministero del Tesoro ma da una Fondazione. Il ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, illustra il suo progetto di Rai riformata e ammette che non vede l’ora di attuarlo anche se la messa a punto del disegno di legge e la sua attuazione non è al primo posto nell’agenda del governo. La riforma dell’azienda televisiva pubblica, dice il ministro, non è «una delle grandissime priorità» e non dovrebbe essere uno dei temi all’ordine del giorno del seminario di Caserta. Ma se i colleghi di governo e coalizione vorranno affrontare questo tema, Gentiloni ammette: «Se si vorrà parlare di Rai, io mi ci fiondo». E il ministro conta comunque di presentare il ddl governativo entro marzo dopo una consultazione pubblica con tutte le istituzioni e le categorie interessate. Gentiloni propone di affidare la gestione della Rai a una Fondazione che diventerà «azionista della Rai» al posto del Tesoro. Una scelta che garantirebbe maggiore autonomia dal governo e dalla politica. Due le opzioni per la nomina del consiglio d’amministrazione. Se venisse scelto il modello «tedesco», il cda della Fondazione avrebbe sette membri in tutto. Quattro componenti e il presidente verrebbero nominati dal Parlamento mentre per gli altri due la scelta spetterebbe alle regioni. Il consiglio durerebbe sei anni ma un terzo dei componenti verrebbe rinnovato ogni due anni mentre ogni tre anni dovrebbe essere rivisto il canone. Se si optasse per il modello spagnolo invece, i membri sarebbero di più perché nominati anche da organismi accademici e sindacali.La Rai riformata poi verrebbe suddivisa in tre società con tre diversi cda nominati dalla fondazione. Una si occuperà della gestione degli impianti, le altre due di produzione: la prima gestirà due reti finanziate prevalentemente dal canone, la seconda una rete interamente finanziata dalla pubblicità. Per Gentiloni, con la creazione della Fondazione si garantirà «l’autonomia della Rai dal governo», verranno meglio rappresentati i «cittadini-telespettatori», si difenderà «l’autonomia dell’azienda dai diversi poteri».
Soltanto con questo nuovo assetto sarà possibile raggiungere attraverso la riforma un nuovo assetto con lo scopo di raggiungere cinque traguardi illustrati dallo stesso Gentiloni: no all’omologazione della tv pubblica a quella commerciale; riduzione della dipendenza dalla pubblicità aumentando il peso del canone; innovazione; autonomia dal governo e dalla politica; far funzionare la Rai come un’azienda normale. Anche la rete dipendente dalla pubblicità resterà, assicura il ministro, «a prevalente proprietà pubblica».
La proposta di Gentiloni non piace all’ex ministro delle Comunicazioni. Maurizio Gasparri, autore della legge attualmente in vigore. «Un impianto molto barocco e complesso che rischia di ingessare la Rai e di impedirle di essere competitiva sui mercati della comunicazione nazionale e internazionale», osserva Gasparri. Ma anche nella maggioranza di centrosinistra c’è chi storce il naso come il capogruppo dei verdi alla Camera, Angelo Bonelli: «Le linee guida del Dl Gentiloni prefigurano un dimagrimento del servizio pubblico a vantaggio di competitor privati. Se così fosse per i verdi sarebbe una proposta irricevibile». E anche l’Usigrai boccia Gentiloni: il progetto appare al sindacato afflitto da una «architettura barocca e in alcuni punti contraddittoria».