Rai Dimissioni in massa dalla Vigilanza. Villari: «Il Pd vuole solo le poltrone»

Roma Hiroo Onada divenne famosissimo in tutto il mondo nel 1974: nelle Filippine il soldato giapponese continuava a combattere ignaro che il secondo conflitto mondiale fosse terminato da tre decenni. A 35 anni di distanza il senatore Riccardo Villari ne ha rinverdito le gesta.
Ieri, infatti, sono state ufficializzate le dimissioni irrevocabili dei 37 componenti della commissione di Vigilanza sulla Rai in quota Pdl e Pd. Entrambi i gruppi parlamentari hanno manifestato l’intenzione di non procedere alle designazioni bloccando di fatto l’istituzione. Ma Villari, asserragliato nel fortino di San Macuto assieme al radicale Beltrandi e all’Mpa Sardelli, ha dettato le proprie personalissime condizioni per la resa.
«Sono disponibile a mettere all’ordine del giorno la discussione sulle mie dimissioni, da tenere quindi nell’unica sede istituzionale propria», ha scritto il presidente della Vigilanza ai componenti della bicamerale invitandoli a partecipare alla riunione in agenda oggi e a procedere su un calendario dei lavori «snello» composto da: regolamento elettorale per la Sardegna, nomina della sottocommissione per l’accesso, nomina del consiglio di amministrazione Rai e licenziamento dei regolamenti della commissione stessa. Al termine di questo percorso la disponibilità al passo indietro.
Ma il diversivo non ha funzionato. Il presidente del Senato, Renato Schifani, ha preso atto della «paralisi della commissione» come «dato oggettivo e irreversibile» e ha preannunciato che si troverà una soluzione «di comune accordo» con il presidente della Camera, Gianfranco Fini. Difatti in entrambi i rami del Parlamento è stata disposta la convocazione della Giunta per il regolamento: domani a Montecitorio e giovedì a Palazzo Madama. I due organi esamineranno la situazione e molto probabilmente decreteranno lo scioglimento. L’impossibilità di raggiungere il numero legale, vista l’ondata di dimissioni, è un argomento forte anche se, come ha sottolineato il leader Idv Antonio Di Pietro, il fatto che non tutti abbiano rinunciato potrebbe bloccare l’azione di forza di Pdl e Pd. A tal proposito giova ricordare che le dimissioni dei due dipietristi, presentate dopo la bocciatura di Orlando con l’elezione dello stesso Villari, sono state respinte.
E il presidente in carica pare aver subito il colpo. «È una giornata nera per il Parlamento e le istituzioni», ha dichiarato sostenendo che si tratta di «un duro colpo per le procedure democratiche» dal quale trarrà le conseguenze. Eppure un nemico, il «giapponese» Villari sembra averlo individuato: il suo ex segretario Walter Veltroni, reo di aver messo in capo «una campagna di pressione che non è stata adottata contro nessun altro, nemmeno nei momenti più difficili dello scontro politico», nemmeno contro Bassolino, Iervolino e Di Pietro. «Non vogliono che la commissione funzioni - ha detto a Corriere.it - ma esclusivamente la poltrona. Ad una delle sedute sono venuti a votare se stessi, a sistemare alcuni di loro sulle poltrone di vicepresidenti e segretari, incarichi per i quali percepiscono un’indennità». Indennità alla quale Villari ha rinunciato: «giapponese» sì, membro della «casta» no.