Rai, Gentiloni contro D’Alema: il governo stia fuori dalle nomine

Il ministro delle Comunicazioni: non dobbiamo essere né buoni né cattivi. La Russa (An): il vicepremier ha svelato i vizi stalinisti del suo retroterra

Fabrizio de Feo

da Roma

È un’offensiva confusa e un po’ schizofrenica quella condotta dal centrosinistra alla volta di Viale Mazzini. Una sequenza di affondi, strappi e successive ricuciture, proclami battaglieri, «editti» sul modello del D’Alema bolognese e poi successivi, parziali «pentimenti».
Quel che è certo è che l’atmosfera attorno alle nomine Rai resta incandescente e provoca tensioni fuori e dentro la maggioranza, oltre che all’interno dell’azienda dove il presidente Claudio Petruccioli invita tutti al «rispetto degli ambiti istituzionali e del servizio pubblico». La dichiarazione che segna la giornata è, però, quella del ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, che prende nettamente le distanze dalle «liste» di proscrizione fatte da Massimo D’Alema. «Non credo che i governi debbano essere più o meno buoni nei confronti della Rai. Del presente e delle nomine nei Tg penso che meno se ne occupa e meglio è» dice Gentiloni. Quanto al foglietto con i nomi dei possibili nuovi direttori, la cui esistenza è stata denunciata giorni fa da Daniele Capezzone, Gentiloni dice di non avere la più pallida idea della sua provenienza, ma aggiunge: «Stupirsi della lottizzazione Rai in Italia è come stupirsi dei temporali d’estate. Se c’è una cosa che dura da 52 anni è la lottizzazione, la lottizzazione è un dato di fatto. Solo cambiare le regole può diminuire il fenomeno. Nel presente bisogna lasciare il più possibile spazio di autonomia al Cda che è già molto politicizzato in sé». Quanto alla proposta del vicepremier Massimo D’Alema di privatizzare la Rai, Gentiloni dice di essere d’accordo, «ma il programma dell’Unione ha trovato un accordo su una strada diversa, e penso il dovere di un ministro sia quello di attenersi al programma».
Sul tema del totonomine torna anche Petruccioli. Lo fa chiedendo che non si parli «di liste di proscrizione. Mai più verrà chiesto a qualcuno di lasciare il proprio incarico. Mai escludere ma sempre includere». Un tema ripreso anche da Dario Franceschini. «La Rai deve essere la casa di tutti non la casa di chi ha vinto le elezioni» dice il capogruppo dell’Ulivo alla Camera. «L’unico modo è quello di lasciare decidere l’azienda. La politica, tutta la politica, faccia un passo indietro».
La lista delle buone intenzioni, declinata da Gentiloni, non apre certo il cuore del centrodestra che guarda con scetticismo a promesse e impegni assortiti. «Quante volte abbiamo sentito queste esortazioni a stare lontani dalla Rai poi mai seguite da fatti concreti? La verità è che la sinistra ha agito, come sempre, nello spirito della peggiore e antica lottizzazione» attacca Paolo Bonaiuti. «Giuliano Amato - ricorda il portavoce di Silvio Berlusconi - disse che la sinistra ha la tendenza a sentire la Rai come una cosa propria e a sentirsi orfana se non riesce ad avere tutte le sue posizioni chiave». Su posizioni simili si attesta Francesco Storace. «Gentiloni ha il dovere di non essere ipocrita. Dica a D’Alema di smetterla di insultare chi lavora in Rai; dica a Rutelli di non pretendere che la moglie conduca trasmissioni di attualità nel servizio pubblico. E abbia più coraggio». Chiude il cerchio antidalemiano Ignazio La Russa. «Quando D’Alema dice che il governo è stato troppo buono sulla Rai svela il suo retroterra culturale. È il vecchio vizio stalinista di epurare ciò che è epurabile».