In Rai ha piazzato la suocera ma ora vuol cacciare i partiti

Il paradosso di Gianfranco Fini: ha spremuto i suoi per ottenere quel che gli serviva. Ora in viale Mazzini ha perso gli appoggi

Dicono i criminologi che è tipico del colpevole aggirarsi sul luogo del delitto. Il detto si attaglia perfettamente a Gianfranco Fini. Se almeno stesse zitto non ce ne saremmo accorti. Invece è da mesi il presidente della Camera che più parla a vanvera della storia repubblicana, per darsi ogni volta la zappa sui piedi.
Ieri, intervistato da Michele Santoro ad Annozero ha avuto l’impudenza di concionare sulla Rai. Col solito cipiglio del moralizzatore in servizio permanente ha detto che i partiti non devono più metterci becco e che la tv pubblica va privatizzata. Ha aggiunto che il suo partito, Futuro e Libertà, presenterà provvedimenti per raggiungere l’obiettivo. A parte che se ne parla da decenni senza fare niente, che ora sia lui a riesumare l’argomento mostra la sua inguaribile facciatosta.
Fini ha rimpinzato la Rai di uomini suoi e li ha spremuti come limoni per ottenere quello che gli fa comodo. Le cronache degli ultimi mesi sono piene dei suoi pesanti interventi per favorire il parentado acquisito dei Tulliani. La suocera, una casalinga che profittando della liaison tra Gianfry e la figlia si è trasformata in produttrice tv, ha ottenuto un contratto milionario. Il cognatino Giancarlo, quello dell’appartamento di Montecarlo, ha intrigato per oltre un anno cercando prebende radiotelevisive. Ha bussato a tutte le porte dei finiani in Rai, al motto: «Mi manda Gianfranco di cui sono il plenipotenziario per le faccende radiotelevisive». Ha rotto le scatole con arroganza e preteso l’impossibile. Finché, stufi di vederselo tra i piedi, anche i radiofonici legati da stretta amicizia con Fini lo hanno mandato a farsi benedire. Così, vista l’insaziabilità dei Tulliani e l’incapacità di Gianfry di tenerli a freno, il presidente della Camera ha perso tutti gli appoggi che aveva in Viale Mazzini. Tanto che il contratto con la suocera, già siglato, è stato annullato e il cognatino intrufolone espulso dagli studi tv come persona non grata.
Uno che ha alle spalle una simile indecenza familista, dovrebbe perlomeno mettersi un tappo in bocca prima di profferire parola in tema di audiovisivi. Fini invece, malamente cacciato dalla Rai per via del parentame, ha ora l’ardire di ergersi a riformatore della stessa. Con quale credibilità, siano i lettori a giudicare. Sta di fatto che la sua uscita ad Annozero è stata accolta da oceanici sberleffi.
Oceanici ma non universali. La sinistra infatti - e gli antiberlusconiani in genere - gli tengono bordone. La vicenda di Montecarlo è esemplare. Ormai si sa tutto. E non è davvero una bella storia. In sintesi, Fini, affidatario di un bene del partito, lo ha fatto incamerare ai Tulliani a un prezzo cinque volte inferiore a quello di mercato. An si è depauperata, i parenti si sono arricchiti. Ma poiché la sinistra fa orecchie da mercante, Fini si sente a sua volta autorizzato a fare lo gnorri. Una cosa evidente e conclusa, sembra ancora aperta e da provare.
Con la storia di Montecarlo, Fini ha definitivamente perso la faccia. Lo sanno tutti, compresa la sinistra che ormai lo tiene in ostaggio. È per questo che Gianfy è costretto ogni giorno ad alzare il tiro contro gli ex alleati del centrodestra. Finché si mostrerà il nemico numero uno del Cav, i cattocomunisti lo grazieranno. È il suo viatico e la sola ancora di salvezza. Ecco perché non potrà mai riconciliarsi col suo antico mondo e ogni tentativo di accordarsi con lui è destinato al fallimento. In caso contrario, i primi a sbranarlo sarebbero gli attuali falsi amici che lo condannerebbero alla - già adesso più che meritata - damnatio memoriae.
Fa però cascare le braccia che, pur sapendosi in bilico, Fini mostri una così sfrontata faccia di tolla. Ricordate il suo monologo on line di due settimane fa? Era sepolto dalla massa di rivelazioni sulla casa monegasca e con le spalle al muro. Aveva un solo modo dignitoso di uscirne: scusarsi. Meglio con qualche lacrima e le dimissioni immediate. Invece, non solo non le ha date rinviandole alla prova definitiva - che in realtà già c’era - dello scippo cognatesco ma si è messo addirittura a catoneggiare. Ha parlato di «campagna ossessiva», ha fantasticato di «dossieraggio» ai suoi danni, si è autoproclamato solo politico mai sfiorato da sospetti, proprio mentre ne era al centro, e dei più infamanti. Per poi aggiungere - lo ricordo perché valutiate l’impudicizia di cui è capace - che l’accusa sulla casa era una ripicca per le sue virtù. Testuale: «A qualcuno (il Berlusca, ovvio, ndr) dà fastidio che da destra si parli di cultura della legalità, di leggi uguali per tutti, di riforma della giustizia che serve ai cittadini e non per risolvere problemi personali». L’insieme condito da sprizzi di odio per «il giornale della famiglia Berlusconi», come se gli intrallazzi del cognatino fossero colpa del Giornale e non del suo irresponsabile nepotismo.
Ed è appunto questo impancarsi predicatorio, mentre arranca nel fango, che più indispone della debole personalità finiana. Non rispondere mai dei propri peccati, facendosi scudo di quelli altrui, è tipico di chi fa politica al solo scopo di conservare il cadreghino. Esattamente come il ladro, che avendola fatta franca, torna sul luogo del furto per assaporare sorridente l’impunità.