Come la Rai ha stravolto la realtà della mitica Spedizione dei Mille

Li ha dipinti analfabeti: erano quasi tutti studenti e professionisti

Che la televisione sia ormai il maggior contenitore di spazzatura mediatica in circolazione, è una verità che non ha neppure bisogno di essere dimostrata. Certamente c’è televisione e televisione: se una trasmissione è volutamente popolare e ha l’unica ambizione di intrattenere un pubblico di bocca buona, cercare chissà quali contenuti culturali diventa pretenzioso e snobbistico. La questione invece cambia se un ente pubblico come la Rai trasmette una fiction del tipo «Eravamo solo mille» che lo scorso dicembre aveva la pretesa di ricordare l’epopea garibaldina con «un racconto per immagini - si leggeva a gennaio su La Stampa - che non solo è sciatto, dozzinale, impreciso e infedele, ma che soprattutto, in nome dell’ “intrattenimento“, è incapace di restituire la verità mitica del Risorgimento».
I genovesi, ma non solo loro, si sono sentiti offesi da quella blasfema ricostruzione di un periodo che è stato tra i più eroici della storia italiana. A vedere quella ridicola commediola televisiva, sembrava che i Mille fossero un branco di analfabeti avventurieri, soprattutto nativi dell’Italia meridionale, che tornavano a casa per fare i conti con i nemici borbonici.
La realtà era un po’ diversa. Tanto per cominciare, i Mille non furono proprio Mille. Per essere esatti erano 1089 e la lista precisa, fornita dal Ministero della Guerra, fu pubblicata nel 1864 dal Giornale Militare quale risultato di un’inchiesta che era stata istituita dal Comitato di Stato per accertare con precisione chi partecipò alla storica spedizione. Si venne così a sapere che la maggior parte dei volontari erano lombardi (434), veneti (194), liguri (156), toscani (78), siciliani (71), stranieri (35). Pochissimi i piemontesi, che non arrivavano a una decina.
Variegata, ma tutt’altro che bassa, la composizione sociale: 150 avvocati, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri, 60 possidenti, circa 500 tra artigiani e commercianti. A bordo del «Piemonte» e del «Lombardo» solo una donna: la moglie di Francesco Crispi.
Con la legge n.2119 del 22 gennaio 1865, ogni reduce ricevette la pensione e potè fregiarsi della medaglia che il Consiglio comunale di Palermo istituì il 21 giugno 1860.
Gli autori della fiction non si sono presi neanche la briga di informarsi e di capire che cosa c’era dietro quella spedizione. Non si sono posti il problema di quei tanti giovani che, in nome di un’Italia unita, si imbarcarono in un’avventura che a molti di loro costò la vita. Certo che oggi, in un momento in cui questo Paese è diviso come non mai tra Nord e Sud, Centro e Nord Est, pochi si pongono il problema di quel sangue versato per un’ideale di nazione sovrana non soggetta al dominio straniero.
Vediamo dunque di capire qualcosa di più su chi erano in realtà quei Mille giovani e, per farlo, facciamocelo spiegare dalle parole di colui che fu il primo artefice di quel periodo: Giuseppe Garibaldi. C’è infatti un’opera dell’Eroe dei due mondi, «I Mille», che è stata diffusa in pochissime copie e che venne pubblicata integralmente soltanto nel 1933 quando Donna Clelia Garibaldi regalò il manoscritto originale all’Archivio del Museo del Risorgimento. Di questo libro sappiamo che venne scritto dal generale tra il 1870 e il 1872, mentre risale al 21 gennaio 1873 la prefazione, sempre a firma di Garibaldi, «Alla Gioventù italiana».
Il manoscritto venne rifiutato da vari editori per il contenuto piuttosto forte, soprattutto nei riguardi della Francia, e venne pubblicato in una prima versione nel 1874 in pochi esemplari, dagli editori Camilla e Bertolero di Torino, grazie all’aiuto economico di un gruppo di sottoscrittori. I loro nomi vennero elencati in ordine alfabetico in fondo all’opera.
Il libro, dove Garibaldi non le manda a dire a nessuno ma affronta di petto tutti i suoi nemici, nasce dalle polemiche che in quegli anni fiorivano tra Mazzini e lo stesso Garibaldi. Non correva buon sangue tra i due, in particolare per le critiche che venivano rivolte da certi ambienti alla spedizione del 1860, un ’impresa che già allora era considerata leggendaria dai contemporanei. Bisogna inoltre aggiungere che intorno al 1870 vi fu una recrudescenza dell’anticlericalismo in Italia, mentre la dottrina di Mazzini volgeva ormai al termine, nel senso politico del termine.
Si presume che queste notizie venissero riportate a Garibaldi, in «esilio» nella sua Caprera, dal genero Stefano Canzio. E infatti il generale rispose con lettere aperte che ancora oggi sono notevoli per i loro contenuti storici. Tra l’altro cominciava a profilarsi all’orizzonte anche l’ideale socialista e Garibaldi ne prese parte affermando che l’Internazionale socialista gli sembrava una società perfetta «che ha l’audacia di voler la fratellanza di tutti gli uomini a qualunque nazione essi appartengono, che non vuole preti, non eserciti permanenti, non caste privilegiate».
Ce n’era abbastanza per suscitare le reazioni dei benpensanti, dei monarchici e dei clericali che in quel vecchio generale, ormai prossimo a lasciare i dolori di questa terra, vedevano la sintesi di tutti i loro nemici. Garibaldi morirà a Caprera nel 1882 e quindi ebbe modo di gioire nel 1870 quando i bersaglieri entrarono dalla breccia di Porta Pia, segnando la fine dello stato pontificio e la riunificazione di Roma all’Italia. C’è da chiedersi che cosa avrebbe pensato se avesse potuto vedere l’Italia di oggi.