Rai, il Tar sventa il «golpe» dell’Ulivo

Il tribunale amministrativo giudica illegittima la revoca di Petroni dal Cda: «Mossa di chiaro stampo politico»

da Roma

Le lancette tornano improvvisamente indietro. E si fermano all’11 maggio scorso, il giorno in cui Tommaso Padoa-Schioppa comunicò a Romano Prodi che il rapporto fiduciario con il rappresentante del Tesoro nel Cda della Rai, Angelo Maria Petroni, si era concluso e per questo avrebbe proceduto alla sua revoca.
Ora si riparte esattamente da lì. Da una scelta compiuta allo scopo di consegnare la maggioranza di Viale Mazzini al centrosinistra. E che ieri è stata fragorosamente smentita dal Tribunale amministrativo regionale del Lazio, presieduta da Italo Riggio, e da una sentenza lunga e argomentata che si conclude con un verdetto duro e preciso: «La revoca è stata illegittima». Secondo il giudice la cancellazione di Petroni puntava a un solo scopo: ridurre «l’attuale maggioranza a minoranza, con una operazione di chiaro stampo politico ma indebitamente realizzata con strumenti legali finalizzati a ben altri scopi». Parole che depotenziano la possibilità di ribaltarne la sostanza davanti al Consiglio di Stato (il ministero dell’Economia presenterà comunque ricorso); rischiano di rendere nulli tutti gli atti adottati dopo la forzata modifica del Cda, con l’ingresso di Fabiano Fabiani al posto del consigliere rimosso, e consegnano a Petroni la possibilità di rientrare al suo posto anche nell’immediato.
La decisione del Tar è un fulmine che si abbatte rumorosamente sull’Unione, riaprendo antiche ferite. «Hai visto che bella cosa la riammissione di Petroni? Se avessimo fatto noi quello che hanno fatto loro...» commenta il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi. E che il clima nel centrosinistra sia teso lo si comprende fin dalla prima reazione: quella del presidente della Rai, Claudio Petruccioli, per il quale la decisione del Tar «coinvolge anche altri protagonisti, ovvero chi ha preso le decisioni. E dobbiamo vedere quali saranno le azioni di altri soggetti». Il riferimento, garbatamente polemico, è al ministero del Tesoro, da cui è partita la decisione di rimuovere Petroni. Immediata anche la reazione del presidente della commissione parlamentare di Vigilanza Rai, Mario Landolfi, che chiede le dimissioni del ministro dell’Economia: «La sentenza del Tar conferma un dato incontrovertibile: la rimozione del professor Petroni non rispondeva a esigenze aziendali bensì a una pressante richiesta politica di spoil system per consentire al governo di costituire una maggioranza funzionale ai propri interessi all’interno del Cda Rai. Il ministro Tommaso Padoa Schioppa che l’ha assecondata dovrebbe dimettersi». Una richiesta sposata anche da Giulio Tremonti che chiede al ministro di «chiedere scusa agli italiani»; dal portavoce di An, Andrea Ronchi, da quello dell’Udc, Francesco Pionati, da Francesco Storace e dai membri di Forza Italia in commissione di Vigilanza, che chiedono la convocazione del ministro nel parlamentino di Palazzo San Macuto.
Ma è nel centrosinistra che inizia una sorta di psicodramma, con i malumori sopiti al momento della nomina di Fabiano Fabiani che escono improvvisamente allo scoperto. E così se Walter Veltroni ripropone la necessità che la Rai sia guidata da un amministratore unico, l’Udeur chiede di «azzerare il Cda e ricominciare», Egidio Petrini dell’Italia dei Valori chiede una informativa urgente in Parlamento da parte di Padoa-Schioppa e invita gli esponenti del Pd in Vigilanza a prendere atto del fallimento della strategia tenuta sul controllo di Viale Mazzini. «A Merlo, Morri e Lusetti chiedo di proporre loro stessi le dimissioni dell’intero Cda» dice Petrini. Critiche alla rimozione forzata di Petroni ordinata da Padoa-Schioppa arrivano anche da Giuseppe Scalera dei Liberaldemocratici che parla di «scelta che pesa oggi sull’operato del governo». Tesi sposata anche da Roberto Villetti, capogruppo della Rosa nel Pugno. Il redde rationem insomma è in corso e troverà il suo culmine la prossima settimana, quando, con ogni probabilità, il ministro dell’Economia sarà convocato in Vigilanza. E tutto lascia prevedere che, in quella sede, sul banco degli accusatori non saliranno soltanto gli esponenti del centrodestra, ma anche quelli dell’Unione.