Rai, le telegiornaliste vogliono le quote rosa

da Roma

Buone per condurre un Tg, per essere inviate di guerra, ma sempre escluse da incarichi di direzione, le giornaliste della Rai vogliono quote rosa nelle nomine. Un appello, corredato da centinaia di firme, dai nomi notissimi dei tre Tg alle redattrici sconosciute al grande pubblico delle sedi periferiche, di Televideo o di Rainews, è stato indirizzato al presidente Petruccioli, al direttore generale Meocci, al Consiglio d’amministrazione e alla commissione parlamentare di vigilanza.
«Pensiamo sia giunto il momento di sollevare la questione della parità sui luoghi di lavoro. A partire dal nostro lavoro, quello di giornaliste, e dalla nostra azienda, la Rai. Una sola occhiata agli organigrammi dei telegiornali e radiogiornali rende evidente una disparità divenuta insopportabile. Certo, in questi anni abbiamo guadagnato posizioni: possiamo occuparci tanto di cronaca quanto di politica, possiamo condurre un giornale, coordinarlo o essere inviate in mezzo alle guerre. Ma la carriera si ferma qui. I numeri parlano chiaro: tranne pochissime eccezioni le donne non riescono a raggiungere il livello di dirigente, qualsiasi sia l'anzianità o l'esperienza di lavoro. I capi, insomma, sono uomini. Che non sia in atto alcuna inversione di tendenza lo dimostra la composizione dell'ultimo pacchetto di nomine per le sedi di corrispondenza all'estero. Facile indovinare quante siano le donne. Nessuna. Ovviamente tale disparità di trattamento si traduce in una sperequazione retributiva, sulla quale sarebbe auspicabile una maggiore attenzione anche da parte del sindacato dei giornalisti. A questo punto, ci piaccia o meno, l'introduzione delle quote rosa nella struttura dirigente delle nostre testate resta l'unico modo per sanare una situazione palesemente iniqua. A chi considera le quote rosa una misura persino umiliante, rispondiamo che siamo pienamente consapevoli dei limiti di questo strumento: ne faremmo volentieri a meno, se le promozioni fossero assegnate per meriti. Ma una discriminazione tanto clamorosa all'interno di una grande azienda europea dovrebbe essere ancor più grande motivo di scandalo per tutti i suoi dipendenti, uomini e donne».
«Chiediamo pertanto al Consiglio di amministrazione -conclude il documento- di intervenire per cancellare questa macroscopica anomalia e riportare all'equilibrio la composizione dei vertici giornalistici dell'azienda, e alla Commissione parlamentare di vigilanza di garantire il rispetto dell'art. 51 della Costituzione».