Rai, la Vigilanza sfiducia Petruccioli Ma lui resiste: "Non mi dimetto"

Il presidente resterà al suo posto finché non sarà indicata e
perfezionata la nomina di un nuovo presidente. Sfiducia votata da Udeur, Idv, Rnp e Cdl<br />

Roma - "Una volta che l’indicazione di un nuovo Presidente sia stata definita e perfezionata lascerò il mio ufficio, con atto formale che trasmetterò alla segreteria del cda e al collegio sindacale. In tal modo, fino a quando un altro non rileverà la funzione che mi è stata affidata, potrò anche far fronte agli obblighi che essa comporta, in particolare nei confronti dell’azienda. Cosa che mi sta sommamente a cuore". Lo scrive il presidente della Rai, Claudio Petruccioli, in una lettera al presidente della commissione di Vigilanza, Mario Landolfi. Petruccioli interpreta dunque l’ invito a lasciare la guida di viale Mazzini "come espressione dell’intenzione di procedere alla designazione e all’insediamento di un nuovo presidente del cda della Rai". Ma aggiunge: "Se è così può farlo senza che io compia alcun atto; io non posso e non devo far nulla che consenta o non consenta scelte che competono all’azionista e alla Commissione di vigilanza".

"Sfiducia non vincolante" La sfiducia votata oggi dalla Vigilanza non obbliga il presidente alle dimissioni. Nel testo unico della radiotelevisione del 2005, che ha recepito la legge Gasparri, infatti, non viene "normata" la disciplina di revoca dei membri del Cda, presidente compreso. In sostanza, titolare del potere di revoca sarebbe chi detiene quello di nomina. Appellandosi a tale principio, c’è chi sostiene che, seppur non precisato dalla normativa vigente, il potere di "sfiduciare" il presidente del Cda spetti proprio alla Vigilanza che, con il voto favorevole dei due terzi dei suoi componenti, è chiamata a ratificare l’elezione del presidente. D’altra parte, per poter essere valida, la mozione di sfiducia nei confronti di Petruccioli dovrebbe, a questo punto, avere il via libera della stessa percentuale di parlamentari che hanno votato la sua nomina, ovvero almeno i 2/3 dei componenti la commissione di San Macuto. Nella votazione di oggi, invece, la risoluzione Beltrandi, che chiede le dimissioni di Petruccioli, pur approvata ha incassato solo 20 sì, pari alla metà dei membri della Vigilanza.

La mozione di sfiducia Il dispositivo, contenuto nella risoluzione presentata dal radicale Beltrandi, ha ottenuto il sì di tutta la Cdl, dell’Udeur, dell’Italia dei valori e della Rosa nel pugno. Non hanno partecipato al voto, lasciando l’aula della commissione di San Macuto, gli altri esponenti dell’Unione. Gli uomini di Mastella e Di Pietro hanno votato con l'opposizione. Il presidente della Rai viene nominato su indicazione del ministero del Tesoro con la fiducia di almeno i due terzi della commissione parlamentare di controllo.

Giallo Lusetti In aula erano presenti in 21 (superando di un soffio il numero legale). C’era anche Renzo Lusetti, della Margherita. Proprio la sua presenza ha fatto sì che la risoluzione passasse: non tanto perché Lusetti l’abbia votata, e infatti non l’ha votata, quanto perchè avendo egli richiesto la verifica del numero legale in aula, per regolamento egli stesso era da considerarsi presente e dunque nel numero di quelli che hanno fatto valere la risoluzione Beltrandi. L'esponente della Margherita contesta, però, dicendo di non essere stato presente al momento del voto.

Landolfi in difesa Mario Landolfi, che ha parlato di "votazione assolutamente legittima", aggiungendo che dal voto emerge "un significato politico evidente". Per Landolfi in vigilanza "c’è una maggioranza che va al di là dei confini tradizionali e che ha visto insieme più parti che hanno chiesto le dimissioni di Petruccioli. Questo è il dato politico vero, poi che siano stati 20 o 25 è un aspetto specioso, un cavillo che nulla ha a che vedere con la sostanza politica della decisione". Il testo originario della risoluzione, di cui è primo firmatario Marco Beltrandi, prevedeva l’ipotesi di azzeramento dell’intero cda Rai.