Rai, vota il Senato. Governo a rischio

Iniziato il dibattito a Palazzo Madama. All’ultimo momento rientra il caso Udeur, resta aperto il fronte di Dini e dei suoi tre sentaori. Berlusconi: oggi niente crisi ma il destino di Prodi è ormai compromesso

Roma - Il governo torna a ballare al Senato, dove in tarda mattinata saranno messe ai voti le otto mozioni di maggioranza e opposizione sul caso Rai. Con poche certezze, visto che i contatti telefonici e le ambasciate sono andate avanti fino a tarda notte. Da una parte e dall’altra.

Di certo c’è che i numeri del centrosinistra - almeno a ieri sera - non sono affatto blindati, soprattutto per quel che riguarda l’approvazione della mozione unitaria di Ulivo e sinistra radicale. Ai voti della maggioranza, infatti, vanno tolti quello di Dini (oggi in missione all’estero per ritirare un premio) e quello degli altri due senatori che hanno sottoscritto il manifesto dei liberaldemocratici, D’Amico e Scalera. Perché, spiegano, «non c’è nessuna mozione che va nella direzione da noi auspicata». Un dissenso, dice chiaro D’Amico, che non si esprimerà né con l’astensione (che al Senato equivale a voto contrario) né con l’abbandono dell’Aula (che avrebbe l’effetto di abbassare il quorum), ma con «un voto contrario a tutte le mozioni». Defezioni a cui potrebbero aggiungersi i due dissidenti dell’Ulivo Bordon e Manzione. Anche se a tarda sera i due hanno fatto sapere che non voteranno contro la maggioranza pur «riservandosi» di decidere se votare «sì» o uscire dall’Aula. E solo dopo le nove di ieri sera si è chiusa la trattativa con l’Udeur che dopo essere stato tutto il giorno sugli scudi («usciremo certamente dall’Aula») è tornato a più miti consigli e, per bocca del capogruppo al Senato Barbato, ha fatto sapere che «le ampie rassicurazioni ricevute consentono l’appoggio» alla mozione unitaria.

Insomma, il testo su cui si sono ricompattati Ulivo e sinistra radicale che impegna il governo a sollecitare il Cda di viale Mazzini a presentare il piano industriale entro il 31 dicembre ed effettuare le nomine solo dopo tale data (di fatto una sconfitta della linea di Prodi e una vittoria netta di Verdi, Prc e Sd), numeri alla mano qualcosa rischia. Con il voto dei senatori a vita che questa volta potrebbe non bastare. Tanto che la Finocchiaro a già messo le mani avanti. Quello di oggi, spiega il capogruppo dell’Ulivo al Senato, «non è un voto di fiducia». Concetto ribadito dalle solite fonti anonime di Palazzo Chigi (formula ormai sempre più spesso utilizzata per dire una cosa senza assumersene ufficialmente la paternità): «Il Parlamento è sovrano. E poi quello che accade è sempre una cosa a parte».

Sul fronte dell’opposizione, però, la partita è altrettanto complessa. Perché una cosa è che la mozione dell’Unione non passi, altra è che ne venga approvata una della Cdl. Politicamente avrebbe un effetto molto più dirompente. E a parte le tre presentate da Calderoli - che punta ancora una volta al trabocchetto - sono due quelle a firma Forza Italia, An, Lega e Udc. La prima, più dura, di censura al governo; la seconda più soft nella quale si chiede «il rispetto della centralità del Parlamento» e si evidenzia come sia ormai compromesso in Rai il meccanismo dei check and balance. Ed è su quest’ultima che nel centrodestra ripongono qualche speranza. Anche se pure l’opposizione è alle prese con qualche mal di pancia.

In particolare quello di Rotondi che, da giorni in polemica con Berlusconi e molto legato al neoconsigliere della Rai Fabiani, è sull’Aventino. E al segretario della Dc per le Autonomie andrebbero aggiunti i voti di altri tre senatori. E ad agitare i sonni del Cavaliere c’è anche Storace che con i suoi due colleghi di La Destra ha fatto sapere di essere «orientato» a disertare il dibattito.

Per fare davvero i conti, dunque, bisognerà aspettare questa mattina. La convinzione di Berlusconi, però, è che comunque andrà oggi la crisi non ci sarà. Certo, se la mozione della maggioranza non passasse sarebbe la sconfitta della strategia prodiana in Rai, cosa che non potrebbe non pesare nei futuri equilibri interni all’Unione. Ed è proprio al futuro, alla Finanziaria in particolare, che guarda il Cavaliere. Convinto che dopo l’uscita di Dini - raccontava ieri a un deputato - «il destino di Prodi, già fragile e debole, sia irrimediabilmente compromesso».