Raid Nato in Afghanistan: uccisi 50 civili

Roberto Fabbri

Decine di civili afghani uccisi, tra loro molte donne e bambini. Sarebbe questo il vero risultato del bombardamento aereo condotto dalla Nato martedì scorso nella regione di Kandahar, al termine del quale era stato comunicato con soddisfazione un bilancio presunto di 48 combattenti talebani eliminati. Una strage di civili, evidentemente, è qualcosa di ben diverso, specialmente se, come sembra, i rapporti che la certificano sono credibili. Nel riconoscerlo, l’Alleanza Atlantica conferma il numero di nemici uccisi e punta il dito contro le tattiche senza scrupoli usate dai talebani, che non esitano a farsi scudo di donne e bambini. E in Italia, l’estrema sinistra al governo (Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi) non si lascia sfuggire l’occasione per tornare a chiedere «una completa revisione» della presenza italiana in Afghanistan.
Il bilancio esatto del tragico raid non è stato accertato. Diverse fonti delineano una forbice che va da un minimo di 50 a un massimo di 85 vittime: l’ipotesi più realistica, fatta da un capotribù locale, è di una sessantina di morti. Quanto ai feriti, alcuni giornalisti ne hanno visti una ventina in ospedale a Kandahar.
Non è chiaro quali informazioni abbiano spinto gli aerei della Nato a bombardare, la sera di martedì che per i musulmani coincideva con la festa religiosa che chiude il mese penitenziale del Ramadan, un villaggio nell’area di Panjwayi, a sud di Kandahar. In oltre quattro ore di raid circa venticinque case sono state distrutte, mentre erano in corso i festeggiamenti che includono la consegna di regali ai bambini.
La strage è per la Nato motivo di grave imbarazzo: «È molto triste - ha detto il portavoce dell’Isaf (la forza internazionale attiva in Afghanistan) - che i civili continuino a essere coinvolti nei combattimenti con tragici risultati». Anche perché episodi di questo genere non sono purtroppo rari e ogni volta di più rischiano di allontanare la popolazione locale dai militari stranieri che sono lì per aiutarli ma troppo spesso compiono massacri per loro inspiegabili. Per non dire di fatti inaccettabili come quello delle foto oscene dei soldati tedeschi con i teschi dei morti afghani: ieri ne sono state pubblicate altre, con quali effetti sull’opinione pubblica locale è facile immaginare. La strage di martedì è la più grave in assoluto in cinque anni di presenza militare occidentale in Afghanistan. Il presidente afghano Hamid Karzai ha espresso il proprio addolorato stupore, mentre il governo di Kabul ha aperto un’inchiesta cui la Nato ha annunciato che collaborerà. Anche l’Onu ha fatto sapere che avvierà proprie indagini.
Quanto al mondo politico italiano, come si diceva, la strage di martedì ha rilanciato l’interessata volontà di ritiro dall’Afghanistan tra le file della sinistra più radicale, da sempre ostile alla partecipazione italiana a qualsiasi missione internazionale con connotazioni “occidentali” e in accordo con gli Stati Uniti. Ecco dunque il presidente della Camera Fausto Bertinotti sottolineare che la notizia della strage «non può passare inosservata sia nella società politica che nelle istituzioni: il valore stesso della vita umana è messo in forse quando operazioni militari provocano un grande numero di morti civili in qualsiasi parte del mondo». E per il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero (anche lui del Prc) il governo dovrebbe «rivedere completamente la presenza italiana nell’area», dato che la situazione afghana «si è ormai trasformata in un vero conflitto».