Raid su Gaza, uccisi tre bambini

Gian Micalessin

La rappresaglia dura, definitiva e senza esclusioni di colpi promessa dal governo israeliano per rispondere ai lanci di missili Qassam deve ancora scattare. Al suo posto è invece partito un altro colpo sbagliato. Il terzo in meno di due settimane. L’ennesimo errore ha trasformato un’operazione ormai di routine come l’eliminazione di un commando palestinese in un altro scialo di vite innocenti. Neppure uno dei tre cadaveri dilaniati recuperati subito dopo l’esplosione appartiene al gruppo di militanti nel mirino. Due sono i corpicini di un bimbo di 5 anni e della sua sorellina di 7, il terzo è quello di un adolescente di 16 anni.
E almeno cinque dei tredici feriti, molti in gravissime condizioni, sono ragazzini sorpresi dall’esplosione mentre giocavano davanti casa. I componenti del commando si sono invece tutti salvati saltando dalla jeep prima dell’esplosione.
Tutto si consuma poco prima delle 20, ora locale, quando un fuoristrada con a bordo alcuni militanti delle Brigate Martiri di Al Aqsa attraversa le stradine affollate del campo profughi di Sheikh Radwan alle porte di Gaza città. Il veicolo è seguito dai collimatori elettronici di un aereo o di un elicottero in volo su Gaza. Nessuno nella sala di controllo si rende però conto della presenza dei bambini. I militanti, evidentemente assai vigili, intuiscono l’arrivo del missile e abbandonano il mezzo. Quando l’arma colpisce in pieno la parte frontale del veicolo l’esplosione irradia di schegge la strada e investe il gruppetto di bambini rimasti a giocare davanti a casa. Mohammed Jamal Al Jouia e la sua sorellina di 7 muoiono sul colpo. Gli altri, molti in gravissime condizioni, vengono portati in ospedale tra le scene di disperazione dei genitori.
Poche ore prima il presidente palestinese Abu Mazen aveva ordinato a tutti i gruppi palestinesi la cessazione dei lanci di Qassam. «Chi romperà la tregua sarà responsabile delle distruzioni e dei ferimenti causati dalle rappresaglie israeliane», annunciava il presidente. I suoi ordini restavano come sempre inascoltati. I Comitati di Resistenza Popolare annunciavano di voler continuare le operazioni e la Jihad Islamica rivendicava il lancio di quattro missili caduti intorno a Sderot.
Proprio ieri mattina i ventimila abitanti di questa cittadina a un chilometro dalla Striscia, bersaglio preferito dei lanciatori di Qassam, avevano sospeso il blocco del traffico deciso per manifestare contro il governo. A farli desistere aveva contribuito il durissimo ultimatum lanciato lunedì dal ministro della Difesa Amir Peretz . «Entro qualche dozzina d’ore – aveva promesso Peretz - nessuna delle organizzazioni terroristiche sarà più al sicuro». L’impegno a «non risparmiare nessuno» era stato rimarcato dal capo della commissione Difesa della Knesset, Tsabi Hanegbi. Israele sembrava insomma pronta a colpire molto in alto, puntando direttamente al premier di Hamas, Ismail Haniyeh, o ad altri esponenti di punta del governo fondamentalista . Non veniva neppure escluso un blitz su vasta scala per distruggere i depositi e le fabbriche dei Qassam. Il nuovo grave errore commesso ieri sera rischia ora di restringere gli spazi d’azione di governo e forze armate.
In questo clima d’estrema tensione si fa più concreta la possibilità di un incontro tra il premier israeliano Ehud Olmert e Abu Mazen. I due saranno presenti a una colazione offerta dal re di Giordania domani a Petra. L’incontro verrà utilizzato come primo approccio tra i due leader in vista di prossimo appuntamento negoziale.