Raikkonen un missile, adesso Alonso ha paura

Cristiano Gatti

nostro inviato a Madrid

Si pensava d'essere a un Mondiale, sembra d'essere in un ufficio del catasto. Carte topografiche, schizzi geometrici, bindelle per le misurazioni: tutti a impazzire su una curva nell'ultimo chilometro che fino all'altro giorno si presentava ad U, ma che in extremis hanno modificato più o meno a rondò, per evitare imbarazzanti cataste umane. Prenderla così, disegnare una traiettoria cosà, stare davanti, tenere la linea, stringere all'interno, chiudere all'esterno: discussioni da improbabile sudoku grafico. Sembra che quest'anno la maglia iridata esca direttamente da un concorso per geometri.
Per fortuna, l'uomo che quella curva dovrà affrontare tranquillo e sereno, prima di esplodere la sua potenza leggendaria, appare il più lucido di tutti. «Si parla tanto della curva - commenta Alessandro Petacchi con la solita flemma da ligure malinconico - ma qui si dimentica che prima bisogna correre una gara di 272 chilometri. Sarà meglio pensare a quella. Poi, se si arriva in volata e avrò con me qualche compagno, i problemi saranno più per gli altri che per me».
Un colpo solo, uno per tutta una vita. Senza possibilità di rivincite. Più dell'australiano McEwen e del belga Boonen, più della curva fetentona, più ancora della sempre possibile appendicite notturna, il vero avversario di Alessandro Petacchi è proprio quest'obbligo di vittoria, questo pronostico plebiscitario, questa scontata predestinazione. Se si chiedesse a un cittadino qualunque del pianeta terra chi vincerà domani il campionato del mondo di ciclismo, praticamente una volata annunciata dopo 273 chilometri di corsa, la risposta sarebbe persino noiosa: Petacchi, il meglio dei velocisti, e chi se no?
Appunto, e chi se no? Il bello - ma anche il lato molto sinistro - di questa faccenda sta tutto qui: è uno di quegli eventi che si possono solo sbagliare. Vincere? Quasi non farebbe notizia. Comunque non stupirebbe nessuno. Però sappiamo come funzionano gli strani giochi dello sport e della vita: quando tutto è già scritto, tutto può succedere. Solo per restare in bicicletta, solo per restare ai ricordi più freschi: l'anno scorso, al Mondiale di Verona, l'olimpionico Bettini aveva già vinto il giorno prima. Forma strepitosa, percorso ideale, tutti i pronostici dalla sua parte: dopo pochi chilometri, una ginocchiata alla portiera dell'ammiraglia azzurra ci precipitò nel ridicolo.
Petacchi sa tutto questo. Petacchi conosce la perfidia delle storie sportive. Non per niente, evita debitamente di parlare del Mondiale come di una semplice formalità da regolare negli ultimi duecento metri. Pensa al prima, perché lo sprint, in fondo, è l'ultima delle sue ossessioni. Arrivato lì, nei duecento metri finali, tutto poi funziona in automatico: obbedendo a un richiamo quasi ancestrale, Petacchi apre il gas e tocca i settanta orari. Allora, come dice lui stesso, i problemi sono più degli altri che suoi: per batterlo, bisogna toccare una velocità disumana.
Ma sarà davvero così scontato, l'epilogo sprint? Avvertenza per gli scommettitori: attenzione, non è per niente così scontato. C'è un sacco di gente, in mezzo al gruppo, che tira ad altre soluzioni. Persino dentro la nostra stessa nazionale. Un nome su tutti, neppure tanto nuovo: Paolo Bettini. Pensieri scandalosi? Istinti traditori? Pulsioni disfattiste? No, siamo in un altro genere. Diciamo nella pura e semplice precauzione. Il ct Ballerini sa che tutti cercheranno di mettere in mezzo Petacchi per sventare il suo sprint, ecco allora la saggia decisione di prepararsi un'alternativa: un uomo comunque veloce e letale, che nel finale possa entrare nella fuga, o addirittura ispirarla. L'obiettivo è elementare: se la fuga va in porto, c'è Bettini, se invece va in fumo, c'è Petacchi. Molte cose dovranno succedere, prima che Petacchi sia chiamato a disegnare la strana curva del perfetto geometra.