Rain Man appende l’ombrello al chiodo

Marco Lombardo

L’uomo della pioggia non aspetta che gli mettano un tetto sulla testa: se ne va prima. Alan Mills, il giudice arbitro, «Rain Man» appunto, lascia Wimbledon dopo 23 anni di onorata carriera e di capatine sul campo centrale alle prime gocce di pioggia. Dopo la finale ha chiuso il suo ombrello, spegnerà il walkie-talkie e lascerà il ruolo che lo ha portato ad essere l’uomo ombra del torneo e quello - appunto - della pioggia: «Ci si dovrebbe ritirare a 65 anni, ora ne ho 69. È giusto che me ne vada, è l’ora dei ricordi e dei rimpianti».
Alan Mills fa parte della tradizione dell'erba londinese, come le fragole con la panna, il «predominantly white» e il colore viola dello sfondo. E come la pioggia, anche se dal 2009 sul campo centrale ci sarà appunto il discusso tetto che Rain Man, - fedele al suo ruolo - contesta, anche se con garbo: «La pioggia fa parte di Wimbledon, i giocatori se l'aspettano: è il fascino di questo torneo. La maggioranza di loro non è d'accordo alla copertura e io neppure. Ma questo non fermerà di certo la realizzazione del progetto».
Così, intanto, mentre i lavori cominceranno alla fine della prossima edizione, Mills continuerà a monitorare il tennis ma lontano da Wimbledon e si godrà le vendite del suo libro Lifting the covers, «Alzando le coperture» appunto, nel quale racconta la suo storia dietro le Doherty Gates: «L’anno più terribile fu il 1995: dovetti squalificare Tim Henman, l’idolo locale, perché in un gesto di rabbia aveva centrato in faccia una spettatrice; ci fu un giocatore che rimase a pescare invece di venire a giocare una gara di doppio misto; e poi scoppiò il caso Tarango». Cioè il caso che vide il giocatore americano contestare la decisione di un giudice di sedia urlandogli in faccia che «era un corrotto». Venne squalificato naturalmente: «Ma la cosa più grave fu che durante la conferenza stampa che seguì l’incidente la moglie di Jeff irruppe nella sala e prese a schiaffi l’arbitro. Imbarazzante».
E poi i giocatori, tanti ma con uno su tutti: John McEnroe. Proprio lui il terribile, che Mills giudica il migliore di tutti i tempi. «Ed è un peccato - aggiunge - che venga ricordato per le sue intemperanze piuttosto che per il suo gioco». Una stima reciproca, visto che John gli ha mandato una copia del suo ultimo libro con una dedica speciale: «Caro Alan, mi hai sempre trattato con onestà e io non me lo sono meritato. Sei un brav’uomo e non è colpa tua se sei un arbitro...».
Ricordi e forse rimpianti. Ma per Alan Mills c’è comunque una certezza: «C'è stato un momento in cui il tennis ha sofferto la mancanza di personalità dei propri campioni. Adesso però le star sono tornate: Federer, Nadal, Safin ad esempio, hanno un esercito di fan. La Sharapova ha milioni di ammiratori. Il tennis è in buone mani». E lui? Lui, Mills, andrà lontano, via da Wimbledon, magari in Texas, dove suo figlio gestisce un circolo a San Antonio: «Mi ha detto: "Se ti senti giù, organizziamo un Wimbledon alternativo dove tutti avranno l'obbligo di vestire in nero". Suona perfetto, l’importante è che non si parli di mettere un tetto...».