Il Ramadan? E' la prova che la moschea non serve

A Milano tremila islamici frequentano i centri di preghiera, mentre il 97 per cento dei musulmani resta a casa. Il Comune boccia l’ipotesi di nuove strutture. De Corato: "Bastano quelle che già esistono. Gli interlocutori? Inaffidabili"

In pochi escono a pregare durante il ramadan, dunque la moschea non serve. Inutile aprire un luogo di culto dedicato se i praticanti sono soltanto il 3 per cento e gli altri islamici, il 97 per cento, pregano da casa. È il vicesindaco Riccardo De Corato a snocciolare i numeri sulle abitudini religiose dei musulmani cittadini. Per dare un’idea: i cattolici praticanti sono il 27 per cento. "I dati ce li ha forniti la polizia locale - ha spiegato De Corato - Ogni venerdì si radunano in preghiera tremila musulmani, negli altri giorni della settimana i fedeli scendono a poche centinaia. I centri più frequentati sono il teatro Ciak di via Procaccini (900 persone), la palestra comunale di via Cambini (600), la sede di via Quaranta (500), il centro sportivo di via Iseo dato in uso dal Comune (500) e via Padova (200)". Numeri che sul totale dei centomila islamici che abitano a Milano "rappresentano soltanto il 3 per cento del totale - calcola il vicesindaco -. Dunque il 97 per cento degli islamici pregano a casa o non frequentano luoghi di culto".
Sull’inutilità di costruire una moschea ex novo si è sempre espressa la Lega che accoglie di buon grado la posizione del vicesindaco milanese, area Pdl: "I musulmani hanno a loro disposizione ben diciotto luoghi di culto - riferisce Stefano Bolognini, l’assessore alla sicurezza leghista della Provincia -. La stima è stata fatta dalla prefettura all’indomani dell’attentato alla caserma di via Perrucchetti, questi centri dunque bastano e avanzano". Bolognini è d’accordo con Andrea Gibelli, il vicepresidente della Regione, leghista pure lui, che nei giorni scorsi ha ventilato l’ipotesi referendum a proposito della moschea: "E vincerebbero i no - è convinto Bolognini -. Questo non è un problema della Lega ma di sicurezza. Nei quartieri l’80 per cento dei residenti non vuole un luogo di culto islamico".
E che di sicurezza si tratti, secondo De Corato e Bolognini, lo proverebbero i precedenti. A richiedere con insistenza una nuova moschea sono soprattutto i frequentatori di viale Jenner "per i cui trascorsi appaiono interlocutori inaffidabili - ricorda il vicesindaco - Perchè non va mai dimenticato che quel luogo è stato un crocevia del fondamentalismo islamico e il più colluso e inquisito d’Italia". Secondo De Corato basta ricordare "che l’ex imam Abu Imad è stato condannato in ben 3 gradi di giudizio per associazione a delinquere aggravata alla finalità del terrorismo. Che l’attuale portavoce, Abdel Shaari, è soggetto non gradito ad un grande Paese musulmano come l’Egitto. Che lo ha respinto alla frontiera, come riportava un’agenzia del 20 novembre 2008. Che da quell’ambiente - conclude De Corato - è passato Abu Omar, poi sequestrato dalla Cia, e vi era legato Mohamed l’egiziano, un attentatore di Madrid. E pure "l’innocuo barbiere della moschea" è finito a Guantanamo prima di essere trasferito in un carcere milanese con l’accusa di far parte di un gruppo che stava pianificando attentati al Duomo e alla metropolitana". Ricorda l’assessore provinciale: "Abbiamo sempre chiesto di poter confrontarci con un unico interlocutore, che sia responsabile dell’intera comunità. Non c’è stata mai la volontà di farlo, così il capo di via Padova non sa quello che succede a Jenner o a Segrate. E, visti i reati commessi, che le prediche vengano fatte in italiano". Richieste cadute nel vuoto.