Ramin Bahrami, da Teheran all’Auditorium

Il giovane pianista esegue l’«Integrale delle partite di Bach per tastiera»

Piera Anna Franini

Bach è l’autore prediletto e congeniale di questo artista elettrico alla tastiera e amabilmente pacato quando conversa: Ramin Bahrami, classe 1976, di Teheran, qualche anno speso a Milano (dal 1990) e dal 2000 nei pressi di Stoccarda. Serie di concerti nel segno di Bach, un Bach lucido e febbrile, che per l’originalità ha fatto discutere. Prima incisione Decca (lo scorso autunno) con le Variazioni Goldberg, e ora l’integrale delle Partite di Bach per tastiera. Che Bahrami eseguirà anche a Milano in due tappe, questa sera (ore 20.30) e domani (ore 19.30), nella casa dell’Orchestra Verdi, l’Auditorium in Largo Mahler.
Bahrami dedica la pubblicazione delle «Partite» alla città di Crailsheim, in Germania. Perché?
«Perché è la mia terza patria, ha accolto me e la mia famiglia in maniera molto bella. Qui ci sentiamo a casa».
«Terza» nel senso che considera l’Italia una seconda patria?
«Assolutamente sì. L’Italia ha avuto un ruolo non indifferente nella mia formazione».
Quali aspetti dell’italianità apprezza e quindi ha fatto propri?
«La fantasia illimitata e il fatto che l’italiano riesca a trovare qualcosa di brillante e ad avvertire il bisogno di divertirsi anche nei momenti di difficoltà. I tedeschi, per esempio, subito pensano al peggio».
Un ricordo particolare del suo soggiorno italiano?
«Ricordo il mio primo giorno in Conservatorio, a Milano: ci fu un momento di gran disordine perché tutti volevano mettersi vicini a me. Mi piace questo carattere pieno di vitalità e di curiosità».
Debutto con la Decca con le «Goldberg» e ora le «Partite». E poi?
«L’Arte della fuga, pezzo che ritengo il più erotico della storia della musica, certo, un erotismo sublimato. Bach ha creato un mondo paradisiaco, dissonanze quasi wagneriane, un cromatismo ardito che lo rende unico e seducente».
Se dovesse invece fare un profilo delle «Partite»?
«iiLe considero un Parlamento dove tutti hanno il diritto di parlare. C’è la Danza spagnola dalle movenze arabe, c’è l’Allemanda tedesca con il suo spirito rigoroso, c’è la Bourrée francese, c’è la Giga italiana, e tutti questi diversi aspetti convivono pacificamente. Le Partite di Bach sono pubblicate proprio in un momento difficile per il mondo intero, con città che bruciano e presidenti che vogliono sradicare popoli».
Quindi che ruolo riveste o dovrebbe rivestire l’interprete contemporaneo?
«Oggi più che mai l’artista ha la funzione di sublimare e frenare la violenza. Un modello lo fornisce Baremboim che ha fondato un’orchestra dove suonano israeliani e musulmani».
Come si pone di fronte a quanto sta accadendo in Iran?
«La posizione iraniana mi irrita tanto quanto quella di Chirac. Quello del presidente della mia terra è stato un gesto maleducato, se fossi stato a Roma avrei manifestato il mio dissenso. Però non dobbiamo generalizzare: s’è trattato della posizione di una persona o di un gruppo di persone e non c’entra con i milioni di iraniani che sono amici di israeliani».