RAMPELLO «Vi spiego i segreti dell’arte di massa»

Davide Rampello, 50 anni compiuti il 24 agosto, siciliano di Raffadali (provincia di Agrigento), presidente della Triennale di Milano dal 2003, è uno abituato alle polemiche. I suoi critici dicono che ha svenduto la Triennale, trasformandola da aristocratica vetrina di grande architettura e alto design a carrozzone di mostre troppo popolari, che niente hanno a che fare con la cultura. I suoi estimatori dicono che ha risollevato la Triennale, trasformandola da vetrina tanto aristocratica quanto polverosa e disabitata, in un luogo vivace, popolare, frequentato da giovani e gente normale.
Professore incaricato allo Iulm, tiene due corsi: uno «Arte cinema e tv - eventi artistico culturali e media». L’altro: «Arte di massa». E in effetti in queste tre parole «arte di massa» sta il segreto del suo successo. I numeri parlano da soli: nel 2000 la Triennale aveva 36mila visitatori. Quest’anno chiude con 600mila presenze. La prima mostra pop fu quella dedicata a Guerre Stellari. L’ultima quella di Striscia la notizia.
Rampello non è molto amato in certi ambienti perché è considerato uomo Mediaset, azienda per la quale ha lavorato a lungo come regista di programmi televisivi e responsabile di progetti culturali. Tanto per dire, l’ultima frecciata è di martedì, dove sul Riformista Gad Lerner spara a zero su Milano, città in decadenza, ormai ridotta alla sopravvivenza per colpa del centrodestra e delle sue politiche (anche culturali). Testualmente: «Hanno preso tutto e non sono riusciti a organizzare nessuna egemonia culturale sulla città, e dalla città sul Paese. Non resterà un solo segno di quest’epoca, salvo i tentativi penosi di impadronirsi dei luoghi che non rispondessero al potere politico: la Fondazione Cariplo cui aspirava Ermolli, il Teatro Lirico che doveva andare a Dell’Utri o la Triennale, effettivamente targata Fininvest».
Allora Rampello?
«Affermazione ideologica e rancorosa. Non vale la pena neppure rispondere. Sono sempre i soliti attacchi».
Cioè?
«Milano è in una fase di grande cambiamento, ma non sa comunicare questa sua evoluzione».
Nel senso che ci vorrebbe un sindaco come Veltroni, che sa vendere bene la sua merce?
«Nel senso che qui sono partiti i grandi cantieri: Santa Giulia, Citylife, le Varesine, Garibaldi, la Bovisa, Renzo Piano a Sesto San Giovanni. Questa è una vera rivoluzione, che cambierà il volto della città, con spazi, luoghi, immagini completamente diversi. Ci sono grandi eccellenze, come la Scala, il Piccolo, il Teatro Parenti. Ci metto anche la Triennale, che non vuole dire solo esposizioni: tre sedi (di cui una a Tokio), caffè, archivio, libreria, il bistrot alla Bovisa. Ma a Milano c’è una forma mentis per cui prevale sempre un atteggiamento di rancorosità, opacizzazione, ideologizzazione delle cose. Il primo lavoro di mutamento il milanese dovrebbe farlo con se stesso...».
Un corso buddista per insegnare a governare la città?
«Per carità, no. Però c’è un’energia che aiuta la cose positive ad emergere. E a Milano invece si affossa».
Facciamo il paragone con Torino e Roma, che danno di sé un’immagine positiva. Vivrebbe più volentieri lì?
«Assolutamente no. A Milano si vive e si lavora meglio. Ci sono professionalità e specializzazioni formidabili. Facciamo l’esempio del Museo dei Design: è la dimostrazione di come questa città sappia risolvere i problemi, abbia un know-how d’eccellenza».
Le rileggo una sua frase del 2005: «A Milano la cultura non manca. Quel che manca è una regia che sappia ordinare le iniziative e trasformarle in un sistema riconoscibile». Il regista dov’è?
«Purtroppo la frase è valida ancora. L’anno scorso ho ricevuto 1.600 inviti ad attività culturali, significa che si fanno un sacco di cose. Ma il limite è nella valorizzazione. La città si è molto prodigata per acquisire l’Expo 2015. Questa è comunque una cosa buona, ha dato molta visibilità internazionale alla città».
Chi sono i peggiori nemici di Milano?
«I milanesi stessi. I romani hanno un’alta considerazione della loro città. I milanesi no. Però quando nelle critiche vedo rancorosità capisco che è per distruggere e non per dare una valutazione onesta. Certe critiche faziose non sono vere».
Quando lei è subentrato ad Augusto Morello nel giugno del 2003, Giuseppe Panza di Biumo e Aldo Bassetti si dimisero per protesta da Cda, pensando che lei non fosse all’altezza.
«Li ho rivisti più volte. Anche recentemente, per l’inaugurazione del Museo del Design. E si sono congratulati».
Dicono che la mostra per i venti anni di Striscia la notizia era un favore “aziendale”.
«Se è per questo nel 1976 la Triennale aveva già fatto una mostra sulle scenografie televisive. Ma Striscia è stata una grande opportunità per vedere l’evoluzione del paese in questi anni. L’istallazione con 4.300 monitor è entrata nel Guinness dei Primati. È venuta gente da Foggia, da Napoli. Era mai successo prima? No. Il giornalaio di piazza Giovane Italia, che ha l’edicola lì da vent’anni, non era mai stato alla Triennale. Mi ha detto: “Bisogna che ci porti la mia signora“. Una frase che dice tutto. È venuto, ha scoperto la Triennale e ci tornerà».
Dicono che lei fa grandi numeri alla Triennale perché ha abbassato troppo il livello degli eventi.
«Il livello semmai si è alzato. Il mio concetto di cultura è antropologico. La Triennale ha il dovere di rappresentare le forme culturali della società che si esprimono in sport, design, architettura, televisione. Aver aperto la Triennale a queste esperienze significa aver fatto un servizio alla città e alla cultura. La confermano i numeri: 600mila presenze quest’anno. E quando io sono arrivato qui, l’autofinanziamento era al 10 per cento. Ora siamo al 65 per cento».
Dicono che lei ha fatto di tutto per andare alla Biennale di Venezia, ma è stato stoppato da Veltroni che ha spinto Paolo Baratta.
«Le racconto la verità vera. Ero il candidato di Rutelli e Cacciari da tempo. Avevo chiesto di poter comunque continuare con la Triennale per altri due anni. Secondo me, soprattutto a livello internazionale Biennale e Triennale dovrebbero lavorare insieme».
Dicono che la Biennale le sarebbe piaciuta di più, è un posto molto più prestigioso...
«Vero, la Biennale è più importante e dà maggiore notorietà. Ma a me interessa la fattività...».
Non sarà come la volpe e l’uva?
«Per la Biennale ho fatto un progetto di sessanta pagina. Lo tengo nel cassetto. Non si sa mai».