Randy Pausch, affrontare la morte raccontando la vita

Randy Pausch è morto ieri per un tumore al pancreas. Era un docente universitario, mediamente bravo, di scienze informatiche alla Carnegie Mellon University in Pennsylvania. Aveva 47 anni, la tendenza al sorriso, la passione per i peluches che si vincono al luna park, tre splendidi figli e un passato da progettista di realtà virtuale per la Disney. Sin qui nulla che finirebbe sulle pagine di un giornale. La morte «normale» e la vita «normale» non hanno quasi mai spazio tra le colonne di un quotidiano, nelle notizie dei tg, tra le curiosità di Internet.
Eppure Pausch è riuscito a trasformare questo dramma terribilmente «ordinario» in qualcosa che tocca le persone e i media. Mesi fa, quando ha saputo che per il suo tumore non c’era cura, si è chiesto quale fosse il modo migliore per lasciare un testamento spirituale ai figli. Si è detto: «Sono un professore e i professori fanno lezioni». Così è andato di fronte ai suoi studenti e, a telecamere accese, ha fatto la sua ultima lezione. Non di informatica. Nemmeno, e sarebbe stato ovvio il contrario, sulla morte. È andato davanti a tutte quelle persone, davanti alla sua famiglia, e ha fatto una lezione sulla vita. Su come l’esistenza ci appare a guardarla dalla fine, dai suoi ultimi scampoli.
Così in un aula gremita si è raccontato, senza commiserazione, armato di coraggio e ironia, deciso a «rinchiudere tutto me stesso in una bottiglia che poi i miei figli un giorno apriranno». Per settantacinque minuti si è raccontato, ha fatto ridere il pubblico, lo ha commosso, ha parlato dei suoi sogni infantili, di come è cresciuto, di ciò che considerava giusto e di ciò che considerava sbagliato.
Il video della «lecture», questo attimo di vita cristallizzato, una volta lanciato su YouTube, è diventato uno dei filmati più visti della rete. A colpi di passaparola la lezione è stata guardata da milioni e milioni di persone commosse di fronte a questo professore capace di dire sorridendo: «Non so come si fa a non divertirsi. Sto per morire e mi diverto. E ho intenzione di divertirmi per ogni singolo giorno che mi resta. Perché non c’è altro modo di vivere».
Un successo così incredibile che la lezione è stata trasformata in un libro dal titolo L’ultima lezione. La vita spiegata da un uomo che muore. Un best seller tradotto anche in Italia e pubblicato da Rizzoli e la cui anticipazione è stata fatta proprio dal Giornale.
Dopo questo duplice successo la malattia di Pausch ha smesso di essere un «caso clinico» come gli altri, si è trasformato in un simbolo, in una spinta alla riflessione sull’esistere. Tanto che in america Pausch è stato «inseguito» dai media e dalle trasmissioni più celebri della televisione a stelle e strisce, compreso lo show di Oprah Winfrey, il più popolare in assoluto.
Il professore di Pittsburgh si è detto lusingato, non si è tirato indietro, ma spiegando di non voler diventare un personaggio da compatire, ha cercato di non farsi prendere la mano. Non voleva perdere più tempo, dedicare i giorni che gli restavano a moglie e figli. Come aveva detto spesso nei suoi discorsi: «In America si presta attenzione a tante cose, ma non al tempo, che è un bene così prezioso, perché ci permette di amare e di realizzarci».
Ora il suo tempo è finito davvero ma forse, come voleva lui, non è la sua fine, o la fine dei suoi sogni, che va ricordata. «Avete capito la finta di gambe? La lezione non è su come realizzare i vostri sogni. Ma su come vivere la vostra vita... saranno i vostri sogni a raggiungervi».