A Rangoon arresti e deportazioni di massa

Camion diretti al Nord lasciano la capitale pieni di dissidenti

Regna la calma in Birmania, grazie alla caccia all’uomo. Il regime birmano continua a terrorizzare la popolazione con retate in massa che scattano con il calare del buio, deportazioni di prigionieri verso le inospitali regioni del Nord e sparizioni di migliaia di monaci buddhisti. Lo denuncia l’incaricato d’affari americano a Rangoon (Yangon), Shari Villarosa, secondo la quale «i militari girano la notte arrestando sempre più persone. Penso si tratti di migliaia di persone». Secondo la Bbc almeno 4mila monaci verranno deportati nelle inospitali regioni del Nord.
Almeno otto camion militari carichi di dissidenti imprigionati hanno lasciato la capitale birmana la notte della partenza dell’inviato dell’Onu, Ibrahim Gambari. Quest’ultimo aveva chiesto al dispotico generale Than Shwe, capo della giunta al potere, di «porre fine alla repressione della protesta pacifica, rilasciare i detenuti e muoversi in modo più credibile nella direzione delle riforme democratiche, dei diritti umani e della riconciliazione nazionale». Il regime ha disposto il rilascio di 229 monaci buddhisti, ottanta uomini e 149 donne, anche se non è certo che siano tutte religiose. Nel frattempo, però, gli sgherri dei generali continuavano a compiere i rastrellamenti notturni intimando nei megafoni «abbiamo le fotografie di chi stiamo cercando», ovvero dei manifestanti pacifici che avevano ingrossato i cortei dei monaci. Tra gli ultimi finiti in manette figurano anche 147 membri della Lega nazionale per la democrazia, il movimento del premio Nobel Aung San Suu Kyi, pure lei agli arresti.
Il Times di Londra ha rivelato nell’edizione di ieri che l’Istituto di tecnologia a Rangoon sarebbe diventato un lager per 1.700 monaci e attivisti dell’opposizione. I pochi rilasciati hanno raccontato un particolare sinistro del trattamento riservato ai detenuti. I poveretti vengono suddivisi dai militari in quattro categorie: semplici passanti, quelli che stavano a guardare, quelli che applaudivano e quelli che si univano ai cortei. La gravità del «reato» è crescente e i prigionieri dell’ultima categoria rischiano di fare una brutta fine. Inoltre i dipendenti pubblici vengono forzati a firmare un documento in cui dichiarano che né loro, né i componenti della famiglia parteciperanno ad alcuna protesta e non ascolteranno più le radio straniere.
I birmani si affidano alle onde corte che captano la Bbc ed altri emittenti per capire cosa succede nel Paese. «Il numero dei monaci per le strade si è ridotto notevolmente. Dove sono i monaci? Che cosa gli è successo?», è il tragico quesito che si pone il rappresentante diplomatico Usa a Rangoon. Molti templi sono deserti, i pochi monaci che si vedono in giro cercano di lasciare la capitale e la polizia entra nelle case per controllare che non vengano nascosti i religiosi buddhisti.
Secondo fonti della dissidenza almeno 6mila birmani sarebbero stati arrestati. «Per quanto riusciamo a sapere, la polizia militare entra in azione nel mezzo della notte, facendo irruzione nelle case e prelevando le persone», ha dichiarato la diplomatica statunitense Villarosa. Secondo l’ambasciata Usa gli arrestati vengono condotti in uno stadio, una scuola e un ex ippodromo. I rappresentanti dell’Unione europea ieri hanno deciso di inasprire le sanzioni nei confronti del regime birmano. La decisione verrà presa formalmente alla riunione dei ministri degli Esteri prevista il 15 ottobre. Si parla di allungare la lista dei funzionari e alleati del regime ai quali non viene concesso il visto per i Paesi europei. Il divieto colpisce già 386 persone, il numero più alto nella storia delle sanzioni Ue. Inoltre si estenderà il divieto di investimento in Myanmar per le imprese europee e si limiterà ulteriormente l’importazione di legname, il pregiato teak, metalli e pietre preziose.