Ranieri mette in riga Capello e Mourinho In attesa della Juve

nostro inviato ad Appiano Gentile

«Capello non sa cosa si perde», battuta che vale un gol. Divertente a prescindere dal punto di vista: nel bene? O nel male? Claudio Ranieri l’ha rubata ai napoletani, scritta su uno striscione dopo il primo scudetto. Loro lo dicevano ai morti del cimitero. Ranieri parla dell’Inter, che Capello non vuol allenare. E che, tanto per non equivocare, sta dando segnali di risveglio. Anzi, è ancora una squadra da scudetto. Firma del tecnico che, per ora, non si è fatto inquinare da veleni e polemiche. Inter che parte per la settimana di caccia: tormento o dolcezze? Mah! Si legga: Chievo, Atalanta, Juve. Tre belle rogne. Il Chievo ha messo nei guai le grandi (battuto il Napoli, pareggio con la Juve), l’Atalanta non concederà una passeggiata e la Juve è di tutto e di più.
Allora provando a ragionare sul «Capello non sa cosa si perde», quale risposta dare questo pomeriggio? L’Inter sa farsi tormentare dalle piccole squadre (Novara e Catania), non ha ancora segnato un gol in casa, è fragile nei secondi tempi (ha perso 6 punti) e, nel mezzo della centrifuga Gasperini, ha perso a Monza (3-2) contro i veronesi nell’amichevole sostituiva della prima giornata. Inutile (o forse no) ricordare che nel dicembre 2001 ci fu l’impresa da fiore all’occhiello: quel 2-1 del Chievo (Corradi, Vieri, Marazzina) che solo Zanetti e Cordoba potrebbero raccontare.
Chievo da prendere con le pinze. I muli che volano sanno esser peggio dei professori che sdottorano. Ranieri è ben attrezzato al caso, ha studiato: «Il Chievo lotta, pressa, corre: è il marchio di fabbrica». E l’Inter? Intanto giocheranno i più in forma. Dunque Pazzini per tutti: detto in modo ufficiale. Il resto per capirsi: magari Milito, Thiago Motta, poche variazioni (Zanetti al posto di Nagatomo). Ma cosa significa Chievo per la gente interista? Un presidente avversario che la pensa come loro: nerazzurro doc. Una squadra che sa mettere spesso nell’imbarazzo le grandi. L’Inter non ha ancora incrociato lo sguardo benigno della stella. Lotta e si sbatte, ansima con i suoi 4 punti. Pochi, quasi impensabili. «Noi siamo fermi, ma gli altri rallentano. C’è da sperare. Il bello del calcio è non mollare». La sintesi arriva al dunque. Serve vincere, glielo ha fatto sapere perfino Campedelli, appunto il presidente-tifoso che spera di vederli attaccare. Consiglio furbo da fratello crudele.
Inutile prendersela con i menagramo ed anche con gli arbitri. Al ricordo di fatti e misfatti che imbestialiscono Moratti, il tecnico ha alzato gli occhi, smorfiato un po’. Come dire: uffa, la solita storia! Non si può vivere di alibi e ne ha cavato una lezione per il presidente e per il solito fantasma di Appiano e dintorni. «Ci sono episodi che girano in una certa maniera, e vanno presi per quello che sono. Si vince, come nel caso della vittoria del Triplete, quando tutto è andato per il verso giusto: gli infortuni, le squalifiche, il sole, il vento, la pioggia, il vulcano... Sono stato chiamato dall'Inter perché le cose non giravano: la sfida è riportare la squadra lassù, le difficoltà mi esaltano». Ed anche ricordare che pure Mourinho aveva fortuna. Chi conosce il calcio, e non solo Mourinho, può solo ringraziare per aver rinfrescato la memoria.