Ranieri, se mister zeru tituli è l’elogio della normalità

Immaginate la scena, due anni fa: l'Inter va in vantaggio con un gol regolare di Thiago Motta ma l'arbitro annulla. Immaginate la scena, sempre due anni fa: l'Inter vince il derby e a fine partita i nerazzurri festeggiano sotto la curva. Dove si sarebbe trovato, in queste due scene, due anni fa, Josè Mourinho? Dove stava, due anni dopo, Claudio Ranieri? In disparte, cioè al posto suo, sereno, quieto, o "saggio" come lo definisce il suo datore di lavoro, Moratti Massimo. Il signor zeru tituli continua ad allenare senza urlare al popolo, senza insultare i rivali, senza minacciare gli arbitri, senza eccitare lo spogliatoio. La cosa più difficile è essere normali, a Claudio Ranieri riesce benissimo, direi naturale.
Dicono che sia un perdente di successo, immagine che era stata creata per Sven Goran Eriksson un altro che non sputava rabbia e sentenze ma allenava e basta, con fortune colossali, d'accordo. In verità Ranieri Claudio qualcosuccia ha portato a casa: una coppa di Spagna con il Valencia, una supercoppa europea e un intertoto con lo stesso club, una coppa Italia e una supercoppa con la Fiorentina, roba piccola per i frequentatori del billionaire calcistico ma onori che vanno letti e studiati come il secondo posto ottenuto con il Chelsea, non ancora di Abramovich, con la Juventus non più di Agnelli, con la Roma non più dei Sensi. Finalmente gli è capitata tra le mani una società solida, definita, con un proprietario che non vende, che non dismette, anche se Ranieri Claudio sa di essere di passaggio, comodo, utile ma troppo ordinario in un circo dove clown e animali attirano spettatori ignoranti.
Ranieri non cambia, capisce ma non si adegua, sa che il football è sport strano, lo ha frequentato in campo e deve ringraziare un mito interista, Helenio Herrera, che lo trasformò in difensore: «ogni tanto tocca menà».
Ogni tanto, appunto, torna a dialogare nella sua lingua madre che è il romanesco testaccino, in verità Roma lo ha trattato da Gaio Giulio, cioè Cesare, prima celebrandolo poi pugnalandolo, perché il progetto americano (!?) non prevedeva professionisti datati ma roba fresca, di moda e di lingua foresta, per stupire la platea. Ranieri ha preso su e ha proseguito, come aveva fatto a Londra e a Torino, portandosi appresso la buona creanza nel dire e nel fare, merce rarissima che porta però la gente a ritenerlo un signore bolso, piatto, scontato. Basterebbero un paio di cene per capire e scoprire una realtà diversa, non una verità perché mister zeru tituli non è depositario di sentenze definitive, non spaccia football, non insegna tattica, però la conosce, la frequenta, la applica all'insaputa di chi lo considera un medico della mutua che sa affrontare l'influenza ma non malattie più serie. La sua normalità è un valore aggiunto, la sua educazione è un segno distintivo in via di estinzione. Ha preso in mano una scolaresca indisciplinata, compreso il preside, ha sistemato i banchi, ordinato i libri e i quaderni, ha ripristinato gli orari di lezione e oggi l'Inter è di nuovo una squadra di football e non un insieme di milionari appagati, alla ricerca del tempo e dei punti perduti. Si riparla di scudetto, parola scomparsa dal vocabolario nerazzurro, ubriaco di castigliano (manita, triplete).
Qualcuno sostiene che trattasi di caso, prima o poi l'Inter si sarebbe rialzata, pronta alla remontada (ci risiamo). Strano che l'impresa non sia riuscita del tutto ad altri tre colleghi che lo hanno preceduto, inutile citarli. Strano anche che il popolo nerazzurro non si scaldi per questo signore che forse non corre sotto la curva, non gesticola, non offende, ma si limita ad allenare. Vanno capiti, hanno bisogno della battaglia, del tumulto, sono vedovi del Rodolfo Valentino di Setubal, sventolano fazzoletti zuppi di lacrime e nostalgia. Ma cerchino di non esagerare. Se a Ranieri salta la brocca, gli tocca menà.